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Vite che non sono la mia, pubblicato nel 2009 è stato tradotto in Italia per la prima volta da Einaudi nel 2011, oggi fa parte nel catalogo Adelphi, che lo ha nuovamente pubblicato nel 2019.

Limonov, è stato tradotto in Italia nel 2012, e rappresenta quindi il primo tassello che la casa editrice milanese ha posto per dimostrare l’interesse del recupero dell’intera opera che si sta ancora compiendo.

Il percorso che Adelphi ha iniziato con il recupero delle opere di Carrère ha fatto sì che questo abbia trovato un ampio riscontro da parte dei lettori italiani. Successo che non aveva trovato con le precedenti pubblicazioni.

Vite che non sono la mia

Questo romanzo narra due vicende che l’autore ha vissuto, e quindi si potrebbe classificare il libro come autobiografico, lui effettivamente è stato in quei posti, effettivamente ha conosciuto i personaggi della storia, ma non ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze del dolore.

La prima vicenda

La prima vicenda narrata avviene nel 2004, quando sulle coste dello Sri Lanka si abbatte un violento tsunami devastando tutto ciò che trova sul suo corso si lascia alle spalle un suolo devastato e sul quale si adagiano i corpi morti che la corrente porta a riva.

Nei giorni precedenti alla tragedia lo scrittore e la sua compagna avevano stretto un legame di amicizia con una coppia francese che come loro si trovava lì per trascorrere le vacanze natalizie.

Nella tragedia la coppia perde la figlia, che si trovava proprio sulla spiaggia. Carrère e la compagna si trovano quindi a dover consolare e sostenere la coppia di amici. Questo compito però rischierà di dividere e allontanare Carrère e la compagna stessa.

Lui vede la sua compagna pronda ad agire, e non si capacita di come possa esserlo dal momento che lui invece si sente inerme perché non sa come comportarsi.

Non sa come reagire, quanto essere presente, come intervenire, fino a quando capisce che il suo aiuto può essere quello di raccontare, e così si cala nel ruolo di testimone.

Carrère si mette da parte, e vive dall’esterno la vicenda per raccontare quei giorni pieni di dolore, in cui lo scopo quotidiano è la ricerca di un corpo. Racconta in modo crudo e tagliente come la coppia di amici sia costretta a cercare la figlia tra i tanti corpi morti distesi ovunque.

La seconda vicenda: Il ritorno a casa

Quando lo scrittore torna a casa, in Francia, alla vita “normale” con la sua compagna sarà sconvolto da una notizia devastante quanto l’esperienza appena vissuta nello Sri Lanka.

La sorella della sua compagna sta morendo, la coppia è chiamata ad accompagnarla in questo doloroso percorso, ma anche poi a preoccuparsi delle tre figlie che presto saranno orfane di madre.

Il mio primo approccio con Emanuel Carrère

Ciò che mi ha colpito è l’estrema sincerità con cui Carrère racconta la crudele realtà, in cui non c’è nessun Dio, non c’è nessuna scelta divina su chi vive e chi muore, nessun segno del destino o miracolo scampato per lui che non è sceso in spiaggia.

Questa estrema oggettività rappresenta proprio quella tecnica di estrazione che Carrère compie per diventare narratore esterno di una vicenda che ha vissuto ma che non lo ha colpito in modo diretto.

Vite che non sono la mia è in realtà il primo libro che ho il piacere di leggere di Emmanuel Carrère. Non so perché ho scelto di iniziare proprio da questo romanzo, però non ne sono rimasta assolutamente delusa.
Sono passata attraverso la sofferenza e ho sentito il dolore puro.

Dolore che traspare in maniera netta e chiara attraverso le pagine e la scrittura che ho trovato estremante sincera, puro strumento di narrazione e di comunicazione dei sentimenti.