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Urla sempre, primavera

Urla sempre, primavera di Michele Vaccari (NN Editore) si preannuncia come un grido sommesso, soffocato, che, col proseguire della narrazione, accresce la sua intensità; diventa frastornante per perdersi nel silenzio sospeso “Come se milioni di voci gridassero terrorizzate e a un tratto si fossero zittite” (Guerre Stellari).

Perché Urla sempre, primavera, prima di essere un romanzo distopico squisitamente italiano, prima di essere un urlo che invita a risvegliarsi dall’anestesia della contemporaneità, prima di lanciare un messaggio ecologico e sociale… è un tragico ritratto di una generazione (la mia) soffocata, agonizzante, di speranze disilluse e incapace di recuperare la dimensione del sogno. Quel sogno che da qualche parte sopravvive e che abbiamo bisogno, ora più che mai, di rendere concreto.

Una distopia non troppo lontana

Dicembre 2022, Zelinda, incinta, è in fuga con il suo compagno. Una legge varata dalla Venerata Gherusia ha reso la gravidanza un reato.

Settembre 2043, il Commissario Giuliani si risveglia da un sogno contenente i frammenti di un passato e un tradimento che non riesce a dimenticare. Una chiamata: un uomo è stato trovato morto e bisogna identificarlo. Un uomo, il cui cognome rievoca schegge di un tempo che il Commissario vuole dimenticare.

Settembre 2043, un vecchio partigiano scrive un diario in cui svela il suo passato di militante queer, prima dell’ultima azione rivoluzionaria.

Settembre 2043, Egle è cresciuta nel bosco, assieme agli altri Orfani e agli animali. L’ora è giunta e, mentre la Venerata Gherusia si prepara a celebrare l’esito del Referendum per l’Estinzione, il sogno freme per riprendere vita.

Passato, presente e un macabro futuro si intrecciano nella vita di quattro protagonisti, tutti alla ricerca della concretizzazione di un sogno. In Urla sempre, primavera, Michele Vaccari riesce a dipingere un’Italia allo sbando, in cui risuona l’eco di Genova 2001; un futuro distopico, in cui la generazione dei baby boomer ha vietato le nascite e, con esse, la gioventù e il futuro.

In cinque libri (Libro Rosso, Libro Blu, Libro Nero, Libro Verde e Libro Bianco), si dipanano le storie di Zelinda, del Commissario, di Spartaco e di Egle, fino al compimento dell’unico vero atto rivoluzionario: il sogno che preme per diventare reale. Tuttavia, nonostante questo passi il testimone di generazione in generazione, non è mai risolutivo. La rivoluzione è difatti perpetua, va accudita, mantenuta in costante tensione per evitare di cadere nell’annichilimento. Anche quando il sogno sembra svanire, è infatti l’atto singolo dell’essere umano, la decisione di un bambino, a rimettere tutto in discussione.

Urla sempre, primavera va oltre i confini del genere distopico. Mischia, al suo interno, la storia, il presente, una previsione del futuro agghiacciante e realistica e tocchi di favola dal sapore onirico. E, soprattutto, invita. Invita all’amore, alla ricerca, alla ribellione, al non accontentarsi, alla comunità. Invita e lo fa con un garbo rabbioso, con educazione gutturale, quasi l’urlo citato nel titolo fosse quello dell’autore che si fa forte del coro dei suoi personaggi per lanciare il messaggio che il cambiamento è possibile, purché il sogno sia spinta alla realizzazione e non solo una fantasia aleatoria.

E, per far questo, è necessario conoscere, interrogarsi, sapere. Lungi dallo sprofondare in patetici bigottismi e modi di dire, Michele Vaccari denuncia come l’impoverimento del linguaggio sia impoverimento del pensiero, attraverso la creazione di una provocante e sgrammaticata lingua nuda di orwelliana memoria. A dimostrazione di come il potere attacchi sempre l’istruzione, così da sfruttare l’ignoranza per manipolare le masse.

Emblematico è, infatti, il modo in cui il testimone viene passato: attraverso la libertà. Di capire, di comprendere dalle testimonianze, di scegliere cosa fare del proprio dono e della propria vita. Fornendo solo – come ogni adulto dovrebbe fare – gli strumenti per comprendere, educando a pensare e a riflettere su sé stessi e sul mondo, ma nella completa libertà di agire, di scegliere.

Affidando, così, il futuro. Che non sarà come lo abbiamo sognato, ma che proseguirà – sempre e ancora – nei sogni di qualcun altro.

Urla sempre, primavera: l’urlo generazionale

Ricordo il 2001. Ricordo che avevo tredici anni e ricordo quel servizio al telegiornale sul G8. Ricordo Carlo Giuliani. Ricordo che la mia mente di ragazzina millennial (come avrebbero chiamato me e la mia intera generazione diversi anni dopo, dandoci dei mammoni, dei pigri, dei fancazzisti), proiettata con tutti i suoi sogni ancora lontani dall’essere frantumati dalla crisi economica e da una società che premia il vecchio, recepiva l’importanza di quel momento.

Ricordo che pensai: “Dovrei essere lì”. Non a casa mia. Lì, a Genova. Dove si stava facendo la Storia. Dove per l’ultima volta una generazione (la mia) reclamava a gran voce un mondo più giusto, più attento, più ecologico, più rispettoso della dignità e dei diritti di tutti.

Lo pensai, non lo dissi. Chiesi a mia madre perché non fossimo a Genova, ma ero piccola. La risposta fu quella, con un tono di gratitudine nel timbro materno per la mia giovane età, perché se fossi stata più grande – lei lo sapeva – sarei stata lì, sotto le percosse e lei, madre boomer (figlia di contadini che l’avevano fatta studiare e vedova di un uomo del ’24, che la guerra – quella vera – l’aveva fatta, che le rivoluzioni le aveva conosciute e che all’istruzione, al sogno, aveva impresso un marchio indelebile che mai ci ha lasciate), non me lo avrebbe impedito. Come non mi impedì di partecipare, più grande, a manifestazioni, marce, iniziative… prima che il mio estro rivoluzionario di cambiare il mondo si mitigasse sotto i colpi di una società pronta a chiedere un tributo – di tempo, di energie, di anima – a cui era difficile disattendere.

Ma perché parlare di Genova, nella recensione di un libro? Perché rievoco i ricordi di una neoadolescente di vent’anni fa?

Perché Urla sempre, primavera parte da lì. Da quel giorno del 2001 quando la prospettiva di un’intera generazione cambiò. E non vi parte in termini cronologici, ma concettuali: il grido di una generazione (di nuovo, la mia) che viene spento, soffocato, sotto i colpi di un’attempata classe dirigente – la Venerata Gherusia. Che esiste. Aleggia tra noi come un fantasma vetusto che allunga le sue dita di piovra per soffocare dei ragazzi ormai diventati adulti.

Non posso, quindi, esimere la recensione di un libro così forte, così vero, dalla mia esperienza personale. Non posso, perché Zelinda – la donna che scappa, gravida, dalle milizie pronte a ucciderla perché portatrice di vita – è me, è noi, è tutte le donne della mia generazione che si barcamenano tra un sistema che le vuole corpi, ma non persone. Perché Spartaco – il padre di Zelinda, queer ante litteram, residuo di un passato partigiano e militante – è mio padre, è ogni uomo che ha saputo interpretare sé stesso e sacrificare la vita, la felicità, tutto, per l’Altro. Magari sbagliando, ma sempre con il fine ultimo di porre l’insieme sopra il singolo, la collettività sull’individuo, l’amore sull’egoismo.

Perché il Commissario, il traditore, l’imbelle, la codardia passiva, è la mia altra faccia, è il riflesso nello specchio che tutti abbiamo e che nessuno vuole accogliere o ammettere a sé stesso. Perché abbiamo paura di riscoprirci ignavi, passivi davanti alla sofferenza altrui. E, forse, è proprio questa paura che ci può salvare.

E perché Egle – la vera protagonista del testo, la Madre, colei che non si limita come Zelinda e Spartaco a entrare nei sogni altrui, ma li può manipolare e rendere reali – è mia figlia, la figlia della mia generazione, la figlia di tutti noi a cui è stato affidato il futuro. Non per nulla, lei non si limita a inseguire il sogno: lei può renderlo vero, tangibile. Egle è la concretezza del futuro, un futuro che le viene lasciato in mano da un altrettanto tangibile presente (Zelinda) e in eredità da un passato mai sfumato (Spartaco).

Per questo, Urla sempre, primavera è un libro che parla al cuore e che non può distaccarsi da una contemporaneità generazionale: quelle urla io le ho sentite, le sento sempre ogni volta che interagisco con i miei coetanei. Sono le grida di chi ha fatto della precarietà uno stile di vita, di chi “vorrei un figlio, ma di questi tempi”, di chi ha investito anni di studio per trovarsi con un pugno di mosche in tasca e le bollette appese al frigo, di chi, nonostante tutto, coltiva ancora progetti, aspirazioni, sogni. E spera.

Giulia Manzi