La scrittrice e neurologa australiana Colleen McCullough ha 37 anni quando pubblica il suo esordio, Tim, nel 1974. È l’inizio di una carriera prolifica, che conoscerà il suo culmine con il celeberrimo Uccelli di Rovo solo tre anni dopo.

Tim narra di una donna australiana sulle soglie della mezz’età, l’apparente stereotipo crudele della zittella, che si innamora di un ragazzo molto più giovane di lei, estremamente bello… e affetto da un ritardo neurologico.

Per quanto possa sembrare una storia sordida, specie dalle prime pagine in cui McCullough si perde a descrivere con insistenza le fattezze straordinarie di lui (infiniti i paragoni con le statue greche), si tratta in realtà di un tema affrontato con una certa sensibilità. Bisogna andare avanti con la lettura, per rendersi conto di come Mary arrivi a sviluppare sentimenti per Tim non certo a causa del suo aspetto, ma anzi in virtù proprio delle sue capacità mentali che, per quanto al di sotto del normale, gli permettono di vedere il mondo sotto una luce speciale.

Tim è incapace di fare del male, è straordinariamente empatico, sensibile, e sempre pronto a meravigliarsi. Sotto la sua influenza, Mary diventa un’altra persona. Il lettore ha la fortuna di vedere il personaggio sbocciare, ammorbidirsi, diventare meno severo e rigido e più capace di godersi la vita e di mostrare amore e comprensione anche alle altre persone. E, durante questa metamorfosi, il rapporto fra Tim e Mary è del tutto platonico: i due godono della vicendevole compagnia, imparando l’uno i segreti della lettura e della matematica di base, l’altra i segreti dell’anima.

L’amore proibito fra i due non viene presentato senza ombre e senza difficoltà, portando a un finale aperto, dolce e amaro insieme.

Tim: non senza difetti.

Per quanto Uccelli di Rovo sia il romanzo più noto di Colleen McCullough, è con la serie I Signori di Roma che l’autrice dà il meglio di sé. La serie, comprendente sette tomi che ripercorrono gli ultimi anni della Repubblica Romana, parte narrando le gesta di Caio Mario e arriva fino alla vita di Giulio Cesare.

Per chi ha conosciuto l’autrice tramite i suoi libri a carattere storico, Tim rappresenta una sorpresa forse non del tutto gradita.

I dialoghi inverosimili e costruiti, che passavano inosservati (o aggiungevano addirittura fascino) in bocca ai personaggi dell’Antica Roma, in Tim si rivelano del tutto fuori luogo.

Non si può certo dire che i personaggi abbiano tutti la stessa voce e lo stesso modo di parlare, anzi: McCullough è molto brava a dare una parlata caciarona, simpaticamente volgare, spiccia ai genitori working class di Tim, un lessico forbito a Mary e un linguaggio semplice ma entusiasta a Tim. Tuttavia, malgrado questi accorgimenti, i dialoghi rimangono artificiali, inseriti in bocca ai personaggi al fine di dare informazioni al lettore.

Questo difetto diventa grave quando un dialogo si fa punto di svolta della storia, ossia: dopo un colloquio con personaggio B, personaggio A prende un’importante decisione che cambierà del tutto le sorti della vicenda – situazione non infrequente, in libri che parlano di vita quotidiana e non certo di battaglie. Se il dialogo è costruito e inverosimile, si ha l’impressione che l’intera risoluzione della vicenda sia forzata, portata a quelle conclusioni più dalla volontà aprioristica dello scrittore che dal normale svolgersi degli eventi.

Con questo non sto asserendo che il finale di Tim – che non voglio anticipare – sia necessariamente forzato o fuori luogo, ma questa è l’impressione che se ne fa il lettore, proprio a causa dei dialoghi artificiali che permeano tutto il libro e, in generale, caratterizzano lo stile di McCullough. Perfetti, davvero, per comunicare il rigore della grammatica romana, ma molto meno opportuni per far interagire fra loro degli australiani negli anni Settanta.

In conclusione, Tim non è un brutto libro, e la sua lettura non è certamente una perdita di tempo. Il confronto fra questo romanzo e I giorni del potere (1990) può dare l’idea di come un difetto stilistico non superato possa diventare un vezzo di stile, se usato nel giusto contesto, da parte di una scrittrice piena di inventiva e di talento.

Non è davvero da tutti, riuscire a creare personaggi così vivi malgrado non possano godere di una propria voce, ma solo delle parole che l’autrice, inflessibile come la Mary delle prime pagine, decide di concedere loro.

Maria Giulia Taccori