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Il capitolo 5 di Testa rossa, di Alberto Manzi, ci sorprende ancora una volta per i parallelismi con il classico della letteratura dell’infanzia di James Matthew Barrie: Le avventure di Peter Pan.

Mai, come in questo capitolo, viene fuori il confronto Test/Peter, entrambi simboli di una fanciullezza perenne, della dimenticanza e della gioia dell’infanzia. Entrambi sono i bambini più forti, coraggiosi e furbi del mondo. Entrambi non invecchiano, entrambi sono pieni di quella sbruffonaggine infantile che li porta a credersi (a buon ragione) invincibili.

Tuttavia, se dall’eterna giovinezza di Peter Pan trasuda la malinconia di non poter mai affrontare l’avventura della crescita e, quando Peter si dimentica persone e fatti non riusciamo a non versare una lacrima, per Testa rossa è diverso. L’essere eterno fanciullo di Test non avvolge il lettore di nostalgia per ciò che si è perduto, per le possibilità mancate. Questo perché Test non ha perso niente: rispetto a Peter, lui ha tutto ed è per quel tutto che, anche se spensierato, sbruffone e smemorato, combatte e vive.

Se Peter vive a Neverland, l’Isola-che-non-c’è, la terra dimenticata (o la terra del mai, volendo essere puntigliosi), Test è un abitante del Paese della Felicità, dove l’Amore fa da padrone.

Se Peter Pan rappresenta la mancanza d’amore e la perdita di questo nella figura di una finestra chiusa per sempre, Testa rossa non trova né porte, né finestre sbarrate. Circondato d’amore, d’affetto, di stima, per quanto dimentichi i fatti non è mai immemore delle persone a cui tiene. Se Peter rappresenta l’egoismo dell’innocenza, Test è il riflesso dell’innocenza altruista e disinteressata.

In qualche modo, Manzi in questo capitolo 5 ci mostra che i bambini sono, sì, “innocenti, spensierati”, ma non “senza cuore“.