Il tempo di una gestazione. Fedor Dostoevskij impiegò esattamente nove mesi per scrivere il suo esordio: Povera gente, un romanzo epistolare di denuncia delle condizioni della popolazione più povera della Russia. In Italia ha visto numerose pubblicazioni: la prima nel 1891 con Fratelli Treves, l’ultima nel 2016 con Feltrinelli, nella traduzione di Serena Prina.

Povera gente: da Gogol a Van Gogh, il racconto della miseria

Povera gente si articola in cinquantaquattro lettere, scambiate tra Makar Devuškin e Varvara Dobroselova. I due, parenti alla lontana e vicini di casa, si consolano delle reciproche miserie con questo appassionato scambio epistolare, in cui più volte si viene a sapere che Makar ha speso del denaro di cui non è in possesso per agevolare la vita di Varvara. All’inizio, infatti, le fa credere di essere benestante, ma quando la menzogna svanisce è Varvara a cercare di aiutare il suo corrispondente.

Uno dei fulcri centrali dell’opera è il diario di Varvara, che questa spedisce a Makar, in cui riporta gli abusi subiti presso una lontana parente, la triste sorte di un povero studente di cui si innamorerà e l’amicizia col padre di lui. Tutte persone miserevoli, che arrancano nella propria disperazione cercando di sopravvivere alla giornata.

Povera gente si colloca nel quadro del resoconto della vita di persone di umile stato, corrente già avviata da Gogol con Il Cappotto – citato nell’opera di Dostoevskij in quanto fonte d’ispirazione per Povera gente – e proseguita nelle più svariate rappresentazioni artistico-letterarie: dai Miserabili di Victor Hugo, a I mangiatori di patate, di Van Gogh.

Ma non è solo l’ambiente che è prospero per ricevere quello che viene definito “il primo romanzo sociale russo” da Belinskij, né la costruzione narrativa accurata di Dostoevskij che prende i temi più “gettonati” e la struttura più letta al tempo per creare un romanzo che funzioni. No, la vera prosperità di Povera gente sta nel contenere, al suo interno, il germe di quello che è il testamento spirituale dell’autore e della sua letteratura: i Fratelli Karamazov.

Numerose sono le scene che vengono presentate in Povera gente e poi riprese nei Fratelli Karamazov: il germinare di un’idea, dell’esplorazione accurata dell’animo umano e della involontarietà della condizione di povertà (condizione che abbrutisce, inselvatichisce, logora). Dostoevskij, soprattutto attraverso la figura di Varvara Dobroselova, traccia in carta carbone le figure del sognatore in Notti bianche, dell’uomo del sottosuolo, di Raskolnikov… nella loro percezione dolorosa delle cose e dei fatti della vita, c’è prima la figura di una donna, che cede all’indolenza, al sogno, alle memorie e che si perde nel parallelismo romantico tra un’infanzia dorata e un presente torbido e insopportabile. E allora, in questo virile femmineo, riecheggia il richiamo di Alesa, che conclude così i Fratelli Karamazov, segnando l’apice della produzione di Dostoevskij:

«Percepisco le cose in modo doloroso, esasperato; le mie sensazioni sono morbose» […] «La conosco bene la vostra testolina, matočka, vi basta trovare un minimo appiglio e cominciate a sognare, a intristirvi per qualcosa. Per il bene che mi volete, smettetela, anima mia» […] «Comportatevi da uomo nobile, forte nelle disgrazie; ricordate che la povertà non è un vizio».

La povertà non è un vizio, ma è una condizione. Ed è questa condizione irreparabile che porta Varvara a sposare il ricco e detestabile Bykov, proprio mentre Makar aveva ottenuto la possibilità di risollevare le proprie finanze. Il decadimento, così, è totale. Makar mette in mostra i suoi difetti d’uomo e rapporta, in un’ultima struggente lettera, il proprio sentirsi umano solo nella gentilezza, nell’amore e nella premura verso Varvara. Sentire, questo, che è destinato a scomparire adesso che “tutto è finito” e che Varvara non risponderà mai più alle sue lettere.

Povera gente è un libro forte, un esordio straordinario di uno degli scrittori più grandi di tutti i tempi e ancora attualissimo nel ricordare che la nobiltà d’animo si trova nella cura e nella pietà, e non all’interno di un portafoglio.

Giulia Manzi