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Lingua Madre: l’anagramma del destino

Paolo Prescher: “parole sporche”. Un nome che s’incaglia sulla lingua, un anagramma che sa di predestinazione. Paolo Prescher odia le parole sporche è la prima frase che cattura l’attenzione del lettore, all’apertura dell’esordio di Maddalena Fingerle: Lingua Madre (Italo Svevo Editore). Paolo Prescher odia le parole sporche e Paolo Prescher odia sé stesso sono sullo stesso piano.

Giuliana Prescher: “sprecherai lingua”. Spreca lingua, come spreca parole in eufemismi ipocriti, sporcandole con quella “merda” che anagramma, ripulendolo, il suo essere “madre”.

Luisa Prescher: “Capire Husserl”. Con le sue certezze giudicanti, dove il giudizio stesso è un’assunzione di verità, ma anche un’unità ideale di significato. Ambigua, a seconda del sistema di riferimento, incapace di scegliere una linea dritta, pulita.

Biagio Prescher: “Crepai, borghesi”. Un grido muto di liberazione. Tanti lemmi imprigionati nel silenzio e in rigide etichette, pronti a riversarsi sul mondo nella maniera più silente e sconvolgente.

Jan Einstatt: “Ja statt nein”. Due nature, due lingue, due opposti che si fondono in un dialetto invidiato per la sua attribuzione d’appartenenza. Jan è il simbolo di ciò che Paolo è di ciò che non potrà essere.

Mira di Pienaglossa: “Sapone di Marsiglia”. Pulisce tutto, come l’acqua. Pulisce anche le parole, ma non quella primigenia, quella il cui significato coincide con l’Heimat.

Tanti anagrammi, quelli contenuti nel libro vincitore della XXXIII edizione del Premio Italo Calvino. E per un volume il cui fulcro è la forza imbrigliante delle parole, non è insolito pensare a una coincidenza, o predestinazione, nel vedere il Premio che lo ha innalzato e la casa editrice che lo ha pubblicato portare lo stesso nome: Italo, con tutta l’appartenenza e il significato che si porta dietro. Sinonimo letterario e poetico di italico, o italiano, ma anche prefisso nelle parole composte per indicare relativo all’Italia. E Lingua Madre è un libro tutto italiano, dove il concetto di madrepatria si fonde con la lingua d’origine, una lingua madre, appunto.

Maddalena Fingerle riesce, con un’espressività linguistica fuori dall’ordinario, a dar voce a un’ossessione. Paolo Prescher è ossessionato dalle parole. I lemmi sono fonte di nutrimento, di vita, ma anche di sofferenza perché l’incongruenza tra significante e significato ne altera la natura.

C’è un forte collegamento con la potenza creatrice delle parole. In principio era il Verbo, si ritrova nei testi biblici, ed è la parola, l’attribuzione dei nomi, che definisce l’essenza e la qualità delle cose.

Così, Biagio Prescher, novello Adamo, etichetta ogni oggetto nella loro abitazione. E le sue sono parole pulite, perché sono sincere, nette, descrittive dell’essenza oltre che dell’essente. E Paolo, immerso nella discordanza generata dal flusso continuo di parole (vuote, sporche, macchiate di un significato che non gli appartiene, parafrasate pur di non essere utilizzate) che proviene dalla madre e dalla sorella, si lascia incantare da quelle etichette e dall’espressività muta del padre, dalla sua lingua silenziosa.

Il rapporto si concretizza, nel momento in cui Biagio adempie al suo destino anagrammatico, in una promessa che segnerà il protagonista di Lingua Madre a vita: trovare delle parole pulite.

A questo obiettivo, dedicherà la sua vita, abbandonando Bolzano, il mondo ambiguo di un bilinguismo non realmente esistente, e recandosi a Berlino, dove decide di pensare in italiano e di parlare solo in tedesco, perché il tedesco ha parole pulite.

Qui si potrebbe aprire una lunga dissertazione sull’espressività della lingua tedesca e sulla sua capacità di comporre lemmi idonei a descrivere la realtà in maniera efficace ed esaustiva (non per nulla, alcuni tra i più grandi concetti filosofici, espressi in singole parole tedesche, vengono parafrasati in fase di traduzione senza comunque riuscirne a cogliere la sfumatura più profonda), ma vorrei concentrarmi su un tema più inerente a Lingua Madre, che alla linguistica: l’ossessione e la voce di questa.

Paolo Prescher, come abbiamo già sottolineato, è ossessionato dalle parole. Le brama, le sviscera, le suddivide in “pulite” e “sporche”, a seconda dell’uso che ne fanno le persone. Se cristallino, sincero, chiaro, le parole sono pulite; in caso contrario, si sporcano e a volte le macchie sono impossibili da pulire.

L’ossessione diventa invalidante nel momento stesso in cui sembra guarire. A Berlino conosce Mira di Pienaglossa (Sapone di Marsiglia), l’unica in grado di pulire le parole solo rigirandosele in bocca. E le ripete, Mira, ossessivamente a sua volta, raschiandole, rimuovendo da esse il rimasuglio di lordume lasciato da altri. Viene trascinata – e si lascia trascinare – dalla sua spirale ossessiva e, quando fallisce nel compito che le è stato assegnato, quando non riesce a pulire l’unica parola davvero importante, comincia l’insofferenza, il distacco da parte di Paolo che non accetta la sua mano tesa, non le permette di aiutarlo, fino a giungere all’inevitabile tragedia.

Maddalena Fingerle riesce a dar voce a quest’ossessione in maniera magistrale, senza mai uscire dal pensiero divergente e disturbato di Paolo. La capacità di entrare in una mente falsamente lineare e lasciarla esprimere, impedendo alla sua voce personale di influire su quella del protagonista. L’intero libro diventa l’esplorazione di una mente attraverso le parole, in una struttura Wittgensteiniana, dove il mondo è creato dai lemmi stessi.

D’altronde, pensiamo e formuliamo concetti solo nella quantità in cui ci è consentito esprimerli, quindi la parola è necessaria in quanto mezzo del pensiero e simbolo del pensiero stesso. Quando, però, le parole sono “sporche”, il simbolo non corrisponde più al concetto e questo crea una discrepanza nella realtà, un’incongruenza tra fenomeno e noumeno che, in Paolo Prescher, conduce a una lenta follia.

A impreziosire il tutto, il libro intonso della Italo Svevo Edizioni. Le pagine da tagliare hanno restituito al testo una dimensione arcaica di scoperta. Nonostante la mia guerra per reperire un tagliacarte, assaporare il rumore della carta alla cesura ha conferito a Lingua Madre un’aura di primogenitura, di recupero delle origini. Il libro di Maddalena Fingerle è un tout-court di rimandi, ritorni, restituzioni dal testo, attraverso il testo e per il testo, in cui la filiera editoriale e la trama si sono mossi in sinergia perfetta.

Lingua Madre ci restituisce, come lettori, al passato, al nostro nucleo, come Biagio Prischer è il principio a cui Paolo si rifà e l’approdo a cui giunge. Il suo Alfa e il suo Omega, la sua Lingua Madre.

Vorrei poter dire molto altro su questo esordio sconvolgente, ma devo ammettere che sono a corto di parole. Anzi, sono piena di parole, perché Lingua Madre è un libro che sazia e che richiede una lenta e piacevole digestione. Allo stesso tempo, è complesso decifrarne tutti gli ingredienti: sono troppi, perfettamente armonizzati, e ogni lettore sentirà risaltare di più la spezia che allieta il suo palato.

Non resta che leggere e aspettare, con gioia, il prossimo testo di Maddalena Fingerle.

Giulia Manzi