Libellule nella rete è uno di quei libri capaci di catturare sin dal titolo. Efficace, predatorio, simbolo di una libertà ingabbiata del tutto naturale e, al tempo stesso, evocativa di un mondo – quello digitale – che fa parte della vita di tutti i giorni. Che è la vita di tutti i giorni.

Intercettata da Zona42, Loretta Angiori debutta col suo primo romanzo nella collana Libri dell’Iguana e conduce il lettore alla scoperta di un universo sotterraneo, composto da reti fatte di dati, di relazioni, di esperienze, di emozioni.

Libellule nella rete: un binomio inscindibile

Nello scenario di un’Italia futuristica, sospesa tra post-cyber e solarpunk, il lettore segue due direttrici principali, accompagnate da due differenti narratori: la storia di Rei, microinfluencer che annaspa nella rete digitale, sempre osservata dall’occhio esterno e vigile di un narratore in terza persona come se si volesse creare il distacco dovuto allo schermo, e quella di Chiara, prima persona narrante e amministratrice di una piccola comunità in campagna che sfrutta la tecnologia solo per le coltivazioni e che sfugge all’immenso controllo dei dati personali voluto dal sistema.

Quando le vite delle due protagoniste si intrecciano attraverso una conoscenza comune, la narrazione detona. Troviamo a confronto due diversi stili di vita, due diverse realtà che portano a una metamorfosi consistente: il divenire libellula, il riconquistare l’agognata libertà, e sfuggire dalla rete.

Una rete in cui, in ogni caso, si è incastrati: la comunità a Piana di Urlele di Chiara non è una comunità totalmente libera dal sistema distopico creato da Loretta Angiori. Nel momento in cui le realtà entrano in contatto, infatti, essa deve assoggettarsi alle leggi esterne, scendervi a patti. Allo stesso tempo, la società iper organizzata in cui abita Rei non è così chiuso come sembra: la condivisione di contenuti, l’informazione, e simili sono sempre soggetti al consenso e si può scegliere cosa far trasparire e cosa no. A patto, questo, di leggere attentamente i moduli che riguardano la condivisione dei propri dati.

Non ci si può esimere dal pensare a quell’episodio di South Park The HUMANCENTiPAD, in cui la mancata lettura del modulo informativo porta uno dei protagonisti a ritrovarsi in una situazione grottesca ispirata al quasi omonimo film: The Humancentipede. Si apre, quindi, un interrogativo importante che sdrucciola attorno alle due donne protagoniste: siamo consapevoli di ciò a cui diamo il consenso?

Il tema della consapevolezza è uno dei fulcri di Libellule nella rete, dopotutto. Si proietta, questa, nel continuo divenire e conoscersi, nel rapportarsi con sé necessario per capire a cosa si sta rinunciando – privacy? Tecnologia? Affetti? – e cosa si sta ottenendo in cambio. Entrambe, Chiara e Rei, svolgono un percorso di autoconsapevolezza che non giunge al termine, ma permea le pagine di quella metamorfosi necessaria a diventare libellule.

In questo processo di transazione, in una rivoluzione che non c’è realmente perché non si riesce a immaginare un mondo diverso (e se Loretta Angiori ci mette di fronte alle conseguenze di un crollo del sistema, è innegabile il successivo ritorno – più o meno rapido – a un ristabilirsi dello status quo), il costante divenire di quello stesso processo rivoluzionario amputato è la chiave per leggere la dualità che si contrappone in tutto il libro: chi è veramente libero? E: libertà è guardare l’uno con gli occhi dell’altro?

Libellule nella rete: un esordio forte, ma complesso

Libellule nella rete, per tematiche e riflessioni, è un esordio forte, coercitivo dell’attenzione del lettore che si trova immerso tra le pagine. Eppure, quella stessa attenzione così attentamente stimolata da una narrazione morbida e originale, è messa a dura prova dalla presenza di numerosi tecnicismi informatici. Fatto questo che genera la corretta ambientazione, ma che al tempo stesso risulta di difficile digeribilità per chi di informatica mastica poco. Angiori mette fretta, per sapere come procede la storia, ma tira al contempo un brusco freno a mano, costringendo il lettore a soffermarsi, a comprendere le dinamiche interne del web, per poter andare avanti. A entrare, insomma, nella rete.

Non è una lettura che si può definire riposante. Giunti al termine è perfino difficile dire se è piaciuto o no, tanto si è scombussolati dalla marea di informazioni raccolte. Fa l’effetto, piuttosto, di un binge watching di Black Mirror senza pause, al termine del quale hai bisogno di una vera e propria disintossicazione per riordinare le idee. Ma quando lo fai, quando ci riesci, sai che Libellule nella rete ha colto nel segno: sei in trappola e, da lì, non puoi più uscire.

Giulia Manzi