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La città di ottone e Il tappeto magico: l’autrice e la scrittura.

La città di ottone è l’esordio di S. A. Chakraborty ed è il primo libro della trilogia di Daevabad (edita in Italia per Oscar Vault), nonché finalista al Locus Award, al British Fantasy Award e al World Fantasy Award.

Le notti d’oriente: tra un deserto all’altro. 

Nahiri è una ragazza che per vivere ruba e fa la mendicante nelle vie poche sicure del Cairo. Collabora con un uomo che vende spezie e a volte esorcizza le vittime del malocchio. È proprio durante una di queste cerimonie che un Jynn di nome Dara si manifesta all’ignara Nahiri. La sua presenza costringe la giovane a fuggire per impedire che cada nelle mani sbagliate: e stava facendo il suo lavoro quando, senza volerlo, difronte a lei si manifesta una creatura leggendaria: un Jynn di nome Dara e Nahiri scoprirà che è uno dei più pericoli esistenti e quindi è costretta a sfuggire dai nemici di Dara su un tappeto magico.

Inizia così il loro viaggio insieme fino alla città magica di Daevabad, circondata da mura fatte interamente d’ottone. In quel luogo magico inizierà una nuova vita per Nahiri: non sarà facile per lei fidarsi delle creature incantate che la popolano, né abituarsi al luogo così diverso dal Cairo.

Col tempo, Nahiri imparerà che non tutte le razze di Jynn hanno gli stessi diritti e coinvolgerà il figlio del re, Alì, nel suo tentativo di non far scoppiare una guerra.

Le mille e una notte: tra personaggi e stile

La città di ottone è, appunto, il primo libro di una trilogia di successo, con i punti di vista divisi tra i tre protagonisti: Nahiri, Dara e Alì. Questa suddivisione aiuta molto chi legge a conoscere i personaggi principali, ma impedisce di focalizzarsi sui secondari che, per tutti i libri, vengono messi in secondo piano.

Incontriamo personaggi molto diversi all’interno della saga e non sempre Chakraborty riesce a focalizzarsi bene su questi, tranne che per i protagonisti, i quali hanno un buon miglioramento dal primo al terzo libro. La loro conoscenza è favorita anche dallo stile, che prevede la divisione in punti di vista tra Nahiri, Dara e Alì; leggiamo dei loro sogno, desideri e paure. Questa suddivisione aiuta molto il lettore a entrare in empatia con loro, ma impedisce un buono sviluppo dei comprimari e dei personaggi secondari che, per tutti i libri, vengono lasciati da parte se non limitati a comparse macchiettistiche.

Il problema principale con i personaggi è che esistono tantissimi Jynn, divisi in una gerarchia specifica: l’accumularsi di comparse e di un sistema politico complesso può creare confusione nel lettore, perché la limitatezza del punto di vista non permette di fare chiarezza sulla struttura sociale, vista solo attraverso gli occhi dei protagonisti. Chakraborty, tuttavia, ha inserito un utile glossario per guidare il lettore. 

Uno dei punti di forza è l’antagonista: un “cattivo” ben fatto, che punta ai propri obiettivi e non guarda in faccia nessuno per raggiungerli, senza mai dimostrarsi indeciso o incoerente.

La scrittura dell’autrice è molto lineare e chiara e potrebbe risultare elementare. Non ricerca parole complesse, ma riesce a evocare molto bene atmosfere orientaleggianti, panorami speziati ed esotici. Leggere La città di ottone è fare un viaggio stilistico su un tappeto volante: le descrizioni ricche stordiscono il lettore di profumi, colori e immagini, ma il paesaggio risulta sfocato, privo di dettagli indispensabili. I continui salti temporali disorientano e creano una sensazione di “mancanza” e di buchi di trama. Per fortuna, col proseguire della saga, Chakraborty migliora molto lo stile: gli avvenimenti acquisiscono un ritmo più veloce, i risvolti politici si chiarificano e lo svolgimento della trama risulta più puntuale e meno confuso.

La lampada magica: le atmosfere de La città di ottone

L’aspetto più gradevole della saga sono proprio le atmosfere: l’autrice è bravissima a portare il lettore nel cuore del Cairo e descrivere il paesaggio in maniera inedita. L’osservatore continua a meravigliarsi particolare dopo particolare, tra alberi da frutto e dune sabbiose. 

Decisamente non era al Cairo. La circondavano arbusti stentati  una macchina ombrosa di palme da datteri; dirupi rocciosi oscuravano una parte del cielo, che era di un azzurro luminoso. Oltre gli alberi non c’era altro che deserto, una distesa di sabbia dorata e scintillante in ogni direzione.

Un altro argomento interessante è la trattazione dell’aspetto religioso. Chakraborty mescola vari culti e introduce nel mondo dei Jynn elementi della spiritualità umana, come templi e preghiere, colorandoli con elementi inediti del mondo fantastico da lei creato. Spetta a Nahiri il compito di introdurre il lettore a questo universo teologico durante la sua vita a Deavabad.

La città di ottone: una buona opera d’intrattenimento

Per concludere: La città di ottone merita se desiderate immergervi in culture diverse dalla nostra, in una scrittura semplice e se volete intraprendere una lettura di puro intrattenimento. Consigliata soprattutto a chi piacciono le atmosfere arabeggianti alla “Mille e una notte”.

Elena Cavenaghi