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Il Premio Strega è croce e delizia dei suoi partecipanti e di chi vi assiste; un must, paragonabile alle Stagioni dell’alta società britannica, fatta di corteggiamenti, sarabande e meraviglie editoriali che conferiscono a un autore – a uno solo – l’alloro tanto ambito e una consistente bottiglia dell’amato liquore beneventano.

Il Premio, organizzato dalla Fondazione Bellonci, ha visto comparire tra i suoi partecipanti numerosi esordienti, tra cui il primo vincitore dello Strega, Ennio Flaiano e il suo romanzo Tempo di uccidere.

Quest’anno, gli esordi entrati nell’ambita Dozzina sono due: Adorazione, di Alice Urciuolo (66thand2nd) e La casa delle madri, di Daniele Petruccioli (TerraRossa Edizioni).

In queste giornate prima dell’annuncio della Cinquina il 10 giugno 2021, ci occuperemo di parlare di questi romanzi, cominciando oggi con La casa delle madri.

La casa delle madri: l’hybris e la madre

Ernesto e Elia sono gemelli e si inseguono in una specie di lontananza ravvicinata senza riuscire a toccarsi, come fossero rette parallele; Sarabanda e Speedy, i loro genitori, invece non la smettono di allontanarsi neanche quando credono di starsi vicino. E così Daniele Petruccioli ci conduce su e giù per le generazioni che si succedono in case dove le persone crescono, vivono, muoiono, traslocano e che sono forse le uniche vere custodi di una memoria che facciamo di tutto per rimuovere, ma permane ostinata.

Hybris: ribellione, tracotanza, disobbedienza, deviazione dal percorso designato. Il peccato di hybris, nella mitologia greca, porta alla punizione dell’Ate, l’offuscamento della mente che conduce l’uomo a commettere azioni superbe e malvagie, fino a provocare la Nemesi, la vendetta divina. Da questo punto di vista, La casa delle madri si configura come la perfetta tragedia greca ed è forse impossibile parlare di questo libro privandosi di una chiave di lettura che funge, assieme alla casa, da filo conduttore per l’intera trama.

Tutti i personaggi dell’opera di Petruccioli incarnano infatti l’agathos (l’eroe, il combattente valoroso), e si giocano la propria aretè (virtù), cadendo così nell’hybris, nella violazione dei limiti, a partire da Sarabanda, fino ai gemelli: Elia esce dal ruolo di protettore obbligato del fratello nel tentativo di forgiare una propria identità; Ernesto sfida le leggi stesse della natura, per sprone materno, che lo vogliono morto o demente. In quanto “peccatori”, su di loro si abbatte la Nemesi che li riporta al percorso iniziale, al destino che era stato scritto anticipatamente. Eppure, non è difficile notare, nella mano fatale di questo cammino di sfida, gloria e sconfitta, l’identità materna che, con i suoi sbagli e il suo stesso peccato di hybris, ha dato incipit al percorso. Identità, questa, che sembra proiettare sé stessa per tutte le generazioni di donne (Ilide, Nina, Sarabanda…) nel tentativo di forgiare, plasmare e mutare la natura di ciò che ha generato.

Le case in cui le madri hanno abitato e le madri stesse acquisiscono così consistenza extra e intra uterina. I luoghi in cui rifugiarsi sono anche quelli da rifuggire nella creazione della propria identità. Avvertito come soffocante e opprimente, il binomio casa-madre è intransigente, privo di alcuna vera liberazione, perché è nelle radici di un passato che si fa abitazione e grembo che si costruiscono le personalità primigenie.

Allo stesso tempo, la rottura col luogo d’origine diviene in La casa delle madri il momento di rottura con sé stessi, il passaggio crudele e fondamentale per cui il bambino deflagra sé stesso e si riscopre adulto. Una ferita aperta che ogni individuo porta con sé per la vita e che solo in vecchiaia restaura con l’approdo in un altro luogo, in un altro grembo che può chiamare “casa”.

Così, in questa stessa ferita che è germe di crescita e distruzione, si configura il peccato di hybris. I gemelli protagonisti «sono uno scarto, una hybris», proprio in virtù della loro dicotomia e dell’imprescindibile evolversi delle loro personalità, del riconoscersi e disconoscere la propria identità nell’altro. Inconoscibili non solo a sé e all’altro, Elia ed Ernesto sono sconosciuti anche alla stessa genitrice. D’altronde:

che può saperne una madre di cosa assume su di sé un gemello nei confronti dell’altro, quando nemmeno tra gemelli si sa mai bene di chi si sta parlando, se di sé o dell’altro?

Ed ecco la dicotomia, vera regina protagonista dell’opera: i gemelli, le case, le madri, sono tutte direttrici che non riescono a incrociarsi, perché deviando dal percorso designato (l’intreccio di esistenze che forgia il senso della famiglia) si stabilizzano su percorsi non divergenti come desidererebbero, ma paralleli: perennemente a vista, per non dimenticarsi, perennemente distanti senza la possibilità di sfiorarsi. Hybris e Nemesi, racchiuse nella paura di perdersi e di un incessante cercarsi.

Ma essere l’opposto di Elia, significa poi essere se stesso, Ernesto? O non significherà essere soltanto l’opposto di Elia? Chi, che cosa è Elia, che cosa è Ernesto? È qui che si insinua la paura. È una malattia, la paura? O è una condizione naturale? Quand’è che il corridoio buio della nostra infanzia (quand’è che l’Orso) si trasforma nell’angoscia di ogni giornata? E se poi la paura è la malattia, e se questa malattia è congenita, inestirpabile (a prescindere da di chi sia la colpa – della natura, del destino cinico e baro, di un ginecologo troppo giovane e troppo poco capace, di un fratello gemello capitato nell’utero sbagliato al momento sbagliato: alla fin fine non ha la minima importanza), allora anche la paura diventa congenita, inestirpabile; o, almeno, non estirpabile da parte di chi la subisce: ci vuole qualcuno che ti aiuti – perché da solo tu non ce la fai. Che fortuna, eh? Che miracolosa deresponsabilizzazione. Quello che tutti sogniamo, da bambini: la mano adulta che arrivi e accenda la luce in corridoio, una voce che ci dica: «Vieni, cosa fai lì tutto solo?», che ci tiri fuori con improvvisa facilità da una paralisi che si dissipa per non lasciarsi ricordare.

L’habitus della memoria

La casa delle madri si apre e continua con una progressiva opera di ristrutturazione delle due abitazioni protagoniste della vita dei gemelli. Due, come Ernesto ed Elia: la casa delle onde e la casa del notaio.

Se la prima, la casa estiva, è il luogo della spensieratezza dell’infanzia, la seconda è il luogo della crescita, della frattura. La dicotomia delle abitazioni si riflette nei due gemelli, i quali le vivono in maniera simile (entrambi nomadi, entrambi vaganti nella percezione uterina dell’ambiente) ma con motivazioni opposte (rette parallele, appunto). Le case sono elemento attivo, depositarie della memoria di una famiglia e costitutive dell’habitus dei loro abitanti, del loro modo d’essere, della forma assunta. Tutto La casa delle madri è un lungo percorso sulla linea sottile da habitus e hybris, tra abitanti e abitati. Sono davvero le persone ad abitare le case, o sono quest’ultime, invece, a vivere nei loro abitanti?

Questo è l’interrogativo focale, perché è la permanenza del ricordo a forgiare il modo in cui ci si presenta al mondo, la memoria. E allora ci si ritrova a condividere la perplessità di Sarabanda quando, alla morte della madre, si chiede se sia davvero necessario «depositare la permanenza nella materia» e se saprà ricordarsi dei genitori anche senza l’ausilio dei loro beni, sollevando così l’importante tema della memoria. Argomento che si dipanerà in un giocoforza di ricordi e dimenticanze, intrecciato con la volontà (di ricordare, di dimenticare) dei gemelli. Eppure, anche le case sembrano serbare una loro memoria, come ne I sepolcri foscoliani. Memoria che viene compromessa, falsata, ricostruita attraverso le ristrutturazioni che si susseguono a ogni generazione ed evidenziata da uno stile che oserei definire “orale”, più che “scrittorio”, focalizzato su una strutturazione e una destrutturazione analitica dei suoi protagonisti. Il tema della tragedia si ripropone anche in questa tracotanza, in questo vincere e perdere, donare e sottrare. I gemelli:

cominciavano (nascevano) come tragedia, e come tragedia della mancanza (nascevano monchi). In più, nascevano al contrario: il corso naturale delle cose avrebbe voluto un Ernesto grosso e sano, la cui mole, e conseguente difficoltà nell’uscire dal ventre materno (da cui derivava la mancata venuta alla luce – il mancato respiro – di Elia), avrebbe decretato un Elia morto o gravemente menomato. Invece era il contrario.

Il prometeico lucifero miltoniano qui si converte. «Un paradiso sottratto, piuttosto che perduto», dice Petruccioli, passando dalla logica della perdita, a quella della sottrazione, per costruire un’identità, un habitus. I gemelli, ma anche Sarabanda e Speedy, sono ed esistono solo in quanto riescono a “sottrarre” – e, in conseguenza, a quanto viene sottratto loro – agli altri: in emozioni, in beni materiali, in abilità, in condizioni di vita. Questa costruzione dell’identità attraverso una progressiva sottrazione (dagli altri e da sé), costringe a pensare a quanto il nostro essere si costruisce in relazione a chi ci circonda, o nel rifiuto di tale corrispondenza.

In un certo senso, la dimensione gemellare dei due protagonisti è la richiesta di vita, di nascita, di Elia e la percezione della morte, il rinchiudersi nell’oblio di Ernesto. Eppure, nonostante Elia sia strettamente connesso con l’energia vitale ed Ernesto con la morte, viene quasi da sostenere che sia quest’ultimo il più legato alla vita, che afferra e combatte fino a essere sconfitto dalla sua stessa rassegnazione, mentre Elia è una sorta di eroe tragico, destinato alla melanconia – e quindi alla morte – del vivere.

La casa delle madri è un esordio che trova la sua consacrazione nel ripetersi rocambolesco dell’oralità; un testo dai rigagnoli narrativi complessi, fluviali nel loro dipanarsi in mille direzioni, barocchi nell’arricciarsi su sé stessi per recuperarsi e ricongiungersi alla foce. L’esistenza, nella sua complessità, viene destrutturata, riplasmata e quindi abitata, di nuovo, dai fantasmi di chi, in questo libro, trova qualcosa della propria storia.

Giulia Manzi