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Lo scrittore di fantasy e fantascienza Michael Swanwick ha 34 anni quando dà alle stampe Il tempo dei mutanti (In the Drift), il suo primo romanzo.

È il 1984, e sono passati solo cinque anni dall’incidente di Three Mile Island, un’isola della Contea di Dauphin, in Pennsylvania. Il 28 marzo 1979 avviene una parziale fusione del nocciolo della centrale nucleare, provocando una fuoriuscita di una certa quantità di gas radioattivi. Si tratta del più grosso incidente nucleare avvenuto negli Stati Uniti, di grande impatto nell’opinione pubblica.

Michael Swanwick parte da un presupposto molto semplice, un what if: e se la catastrofe non fosse stata solo sfiorata, ma fosse avvenuta? Non a caso il romanzo ha come “cuore” la città di Philadelphia, un punto nevralgico dell’America post-atomica: il centro più vicino a “La Zona”, e cioè quel territorio inospitale, falciato dai venti radioattivi e popolato dai discendenti di coloro che furono investiti in pieno dal disastro nucleare.

Di per sé non sembra nulla di speciale: di storie che parlano di come l’umanità tira avanti dopo una catastrofe nucleare ne abbiamo a bizzeffe. Ma è di Swanwick che stiamo parlando, e subito lo scrittore è capace di attirare la tua attenzione con una trovata: i Mimi. I Mimi governano (de facto) Philadelphia.

Non è un modo di dire, sono proprio i Mimi che conosciamo noi. Accade che, dopo la fusione del nocciolo, il governo americano cade e così tutte le istituzioni che sorreggono la società, permettendone il funzionamento. L’unica cosa che rimane sono le associazioni di Mimi, che erano semplici gruppi di quartiere che si occupavano di organizzare sfilate per il primo dell’anno:

Ma quando i governi, le confraternite, le associazioni di beneficenza e il crimine organizzato andarono scomparendo, perché non avevano mezzi per sostenere le loro strutture, i Mimi sopravvissero. Esistevano soltanto perché lo desideravano. Esistevano senza coercizione o ricompense. Le forze che avevano distrutto la città non poterono sciogliere i loro club. […] Quando gli ultimi ospedali furono sul punto di chiudere per mancanza di fondi, numerosi club [di Mimi] si unirono in una marcia per raccogliere denaro sufficiente a mantenerli in attività. Quando non esistette più la polizia, organizzarono delle squadre di volontari affinché pattugliassero i quartieri. In breve tempo, i Mimi controllarono la città, e non passò molto altro tempo, prima che ne divenissero consapevoli.

E nel caso ve lo steste chiedendo, no, non si tratta di un’associazione che porta il nome di Mimi, ma di personalità che mantengono un comportamento clownesco durante le sfilate, che si aggirano in parate vestite con piume e lustrini. 

Una delle cose che impedisce al protagonista (quantomeno, della prima parte del romanzo) Keith Piotrowicz di unirsi ai Mimi è la mancanza di soldi per comprare vestiti sgargianti.

I Mimi si occupano di tutto: sono la polizia, che si occupa dei criminali e soprattutto di cacciare e uccidere i mutanti che osano entrare a Philadelphia (o nascerci dentro?). Sono la pro loco che porta tali mutanti morti in parata, guidando la processione con fare giocosamente impettito e facendo oscillare i cadaveri verso la folla festante. Sono la malavita, che ogni anno piomba nelle case con una marea di cittadini festanti che ti svuotano il frigo, mentre il Mimo ti chiede il “pizzo”. Guai a chi non dà un Regalo ai Mimi.

Il tocco magico di Swanwick si nota già da questo primo romanzo, il suo amore per i dettagli assurdi e inquietanti.

Il tempo dei mutanti

Il romanzo si apre con Keith Piotrowicz, un giovanotto promettente ma non molto ambizioso, che raccoglie dalla “Zona” una donna che ha investito per sbaglio con il furgone. La donna si rivela essere una giornalista, nonché una persona scomoda. Durante la processione del Giorno dei Mimi, il Mimo più benvestito di tutti, che capeggia la parata, punta dritto su Keith e sulla sua amica. Li bacia entrambi sulle guance.

Il sangue di Keith si gela, perché il Bacio del Re dei Mimi vuol dire solo una cosa: sono stati condannati a morte e la Caccia è cominciata. Ma perché i Mimi lo vogliono morto?

La storia non segue sempre il punto di vista di Keith. Conclusa la sua vicenda, il testimone passa a una giovane che viene deportata in un campo di prigionia per mutanti. La ragazza soffre della Sindrome dell’Intestino Corto: per farla breve, è una vampira; e soprattutto è in grado di vedere le scorie radioattive che riposano sul terreno o che vengono portate dal vento. Questa sua capacità, che ha del miracoloso per i più, fa della ragazza la guida di una sorta di movimento religioso per disperati e mutanti: il nucleo di ciò che saranno i Ribelli. Inizia così una battaglia politica fra i micro-governi degli ex Stati Uniti e tutti coloro che sono stati rinchiusi nella Zona e lasciati a loro stessi, preda delle mutazioni e delle malattie da radiazioni. 

Uno stile acerbo, ma intenso

Per quanto Michael Swanwick non fosse un ragazzino, quando ha scritto questo romanzo, si riscontra una certa acerbità nella scrittura.

Togliendo un uso quantomeno interessante delle virgole, che potrebbe essere dovuto alla traduzione, lo stile risulta impreciso rispetto a quello dei romanzi successivi. Le descrizioni sono meno concrete, le sensazioni più raccontate che mostrate. In diversi punti Swanwick incorre nella ripetizione innecessaria dei concetti:

Quando ne percepì il sapore, la gola si strinse e quasi ebbe un conato di vomito. Provò il desiderio di vomitare, ma non lo fece.

Si ricordò che suo zio le aveva detto qualcosa circa alcuni alberi che preferivano lo strato di cenere ricco di ferro di quello che era stato il letto dei binari della ferrovia, cosa che lei aveva immediatamente dimenticato. Ora, improvvisamente, se ne ricordò.

Parlava velocemente, in fretta, come se temesse di non avere il tempo di terminare la frase seguente, se avesse rallentato.

È uno dei tipici errori dello scrittore alle prime armi, ripetere allo sfinimento un concetto in diversi modi per assicurarsi che sia compreso dal lettore (e, perché no, per allungare un po’ il brodo).

Il tempo dei mutanti è un caso da manuale, rispetto a ciò che ci si può aspettare dall’esordio di un grande scrittore. Riporta le caratteristiche pregnanti del suo stile e delle tematiche predilette, e al tempo stesso tradisce tutta l’inesperienza con cui si stende il primo romanzo.

Se Michael Swanwick fosse un esordiente e ci avesse proposto questo libro, di certo la valutazione sarebbe stata “un po’ incerto qua e là, ma pieno di spunti interessanti. L’autore è molto promettente”. Trentotto anni dopo, alla luce di undici romanzi e diversi premi letterari fra cui il Nebula, si può dire che il ragazzo ha mantenuto le sue promesse.

Il tempo dei mutanti è stato pubblicato in Italia nel 1994 a cura di Fanucci.

Maria Giulia Taccori