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Il colibrì, di Sandro Veronesi

Sandro Veronesi è più che conosciuto: una grande carriera letteraria e giornalistica alle spalle. Premio Campiello, Premio Viareggio, Premio Strega per Caos calmo nel 2006 e altri trofei a cui, nel 2020, si è aggiunta la doppietta dello Strega con Il colibrì (La nave di Teseo), già acclamato come Libro del 2019 nella Classifica di Qualità de La Lettura del Corriere della Sera.

Ed è proprio Il colibrì che è stato scelto come Libro del mese di Luglio da me e Chiara, così da concludere il percorso cominciato sul nostro Instagram con PreStrega.

Apologia dell’immobilità

Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo.

Queste le parole con cui Luisa, il grande amore – continuativo, persistente e irrealizzabile – di Marco Carrera, descrive il protagonista. Soprannominato “colibrì” dall’infanzia per via della sua bassa statura, l’oculista condivide con il piccolo uccello non solo l’altezza, ma anche l’apparente stasi.

Eppure, l’immobilità del colibrì è un’idea fallace. Egli è infatti fermo nello spazio – non si sposta dal punto in cui si trova – ma lo sbattere frenetico delle sue ali scandisce un moto temporale. Similmente, Marco non resta fermo. Lo farebbe, se potesse, ma la vita lo spinge, lo strattona da una parte all’altra, con tragedie sempre più grandi per contrastare la sua inamovibilità.

Un libro statico

Si dipana, così, una trama lenta a svilupparsi, impegnata ad analizzare, con un processo di meticolosa psicanalisi, la vita di Marco Carrera. I suoi amori, la sua stasi, le sue perdite e la lunga evoluzione che accompagna un’esistenza statica vengono descritte con puntigliosità e dettagli che a volte risultano orpellosi e fini a se stessi.

L’effetto è voluto: la poderosa lentezza a cui Sandro Veronesi sottopone il lettore è espressione della personalità di Marco, il colibrì. In moto solo quando la vita lo sconvolge, attivo esclusivamente nella passività. Fino alla fine, quando è Marco stesso a mettersi in attività, a innescare il moto.

Mosso da una necessità più alta, Marco finalmente comincia a vivere. Riparte da sé e da Miraijin, la nipote, l’Uomo nuovo destinato a cambiare il mondo. In questo movimento necessario e costante, il colibrì realizza se stesso, sceglie di muoversi, di essere non oggetto, ma soggetto del cambiamento.

Il colibrì: un romanzo complesso

Mi è difficile dare un’opinione personale del libro. Nonostante i suoi indubbi punti di forza, tra cui uno stile e una narrazione ben articolati ed esperti, le dinamiche lente (seppur necessarie) mi hanno lasciata insoddisfatta.

Non ho avuto la soddisfazione di una lettura travolgente, né appassionante. Il colibrì è un libro per chi ama lo scorrere lento delle vicende, i dettagli apparentemente obsoleti, le lunghe elucubrazioni forse troppo dettate da intenti psicanalitici per essere coinvolgenti.

Il finale, per contro, è forte, commovente, perfetto punto d’arrivo per la vicenda di Marco Carrera.

Il colibrì è un libro da leggere? Sì, assolutamente. È un libro adatto a tutti? No, per nulla. Soprattutto, è un libro che va letto in un momento riflessivo, quieto, dove la vita risulta immobile, come il suo protagonista.

Giulia Manzi

Marco è rimasto a guardare, come uno spettatore ammira un terribile spettacolo.

Tutto ciò che lo ha accompagnato è svanito con il tempo, la vita delle persone che costituivano l’origine è volta al termine, i suoi genitori, la sorella, che lui ha capito nel profondo. E poi ancora quei personaggi che fanno parte della vita che Marco si è costruito, la separazione, i problemi e la relazione con la figlia, fino a credere nel futuro grazie alla promessa di una nuova vita.

Dolore e perdite sono gli elementi che costituiscono questo libro.

Questo romanzo indaga i rapporti che il protagonista ha avuto  con gli altri, con il mondo.

Mette in luce quello che Marco non è riuscito a dire, o a fare, diventando la rappresentazione di rapporti inespressi, delle cose non dette, per non ferire, per non vedere, o perché è meglio non agire, stare fermi, come un colibrì.

La struttura

Questo libro si articola attraverso tanti brevi capitoli, tutti su un tema o su un momento specifico della vita del protagonista.

La narrazione è affidata a diversi stili e a diverse forme di comunicazione.

Il colibrì attraverso lettere, sms e telefonate

Queste forme di comunicazione si alternano ai capitoli rappresentati da una narrazione più classica. Attraverso molti salti temporali possiamo comprendere l’interezza e la complessità della vicenda narrativa solo alla fine del romanzo.

È impossibile parlarne senza anticipare, anzi mi sembra di aver detto pure troppo visto che questo libro è incentrato a proprio sul dolore, sulla perdita delle persone e sulle reazioni e non-reazioni del protagonista.

La mia personale opinione

Ho apprezzato molto questo libro, e sento di avere ancora bisogno per poterlo valutare con una visione più oggettiva.

Tuttavia dividendo il libro in due parti posso dire di aver in qualche modo sofferto la prima parte, quella in cui secondo me sono stati messi sul tavolo tutti gli elementi che, presi singolarmente lasciano un po’ il tempo che trovano, ma che poi sono fondamentali per comprendere il comportamento del protagonista. La mia sofferenza deriva però dal fatto che, sebbene ci siano realmente questi elementi, mi è sembrato fossero diluiti in troppe pagine, in troppi capitoli, mentre invece ho apprezzato molto la seconda parte che ho notato essere molto più densa di eventi, di emozioni, e di immagini.

Voglio però prendermi del tempo per rivedere le mie opinioni a distanza di tempo, per verificare queste mie emozioni fatte a caldo, e vedere se confermarle o no.

Chiara Orfini