I miei giorni alla libreria Morisaki è l’esordio dello scrittore giapponese Yanagisawa Satoshi. Pubblicato nel 2009, quando lo scrittore aveva 32 anni, ha vinto il premio letterario Chiyoda.

Il romanzo, edito in Italia da Feltrinelli, parla di una giovane donna di nome Takako, che subisce una brutta delusione amorosa e al tempo stesso perde il lavoro, e si ritrova a vivere nella libreria del suo zio squinternato a Jinbocho, il quartiere dei libri di Tokyo. Takako è, sulle prime, una persona estremamente conformista e non apprezza la direzione che ha preso la sua vita, né il suo eccentrico zio Satoru. Col tempo, però, imparerà ad avere un approccio più aperto e curioso nei confronti del mondo, a riconnettersi con le persone, e scoprirà l’amore per i libri. Intanto, la moglie di zio Satoru, Momoko, torna alla libreria Morisaki dopo aver fatto perdere le sue tracce per tanti anni.

I miei giorni alla libreria Morisaki: cozy, ma un po’ troppo.

I miei giorni alla libreria Morisaki rientra certamente in quel genere di libri, capeggiati da Finché il caffè è caldo (Kawaguchi Toshikazu), che offrono al lettore casuale esattamente l’esperienza che si aspetta quando si rivolge a un libro giapponese. Un mondo cotonato, etereo, fatto di piccoli gesti della quotidianità, senza grandi tensioni, impreziosito da piccole perle di saggezza zen. Quel genere confortevole che viene definito “cozy” e che non basa la sua efficacia sul conflitto.

La trama, in sé e per sé, è parecchio scarna: la prima parte del romanzo vede Takako che riprende le redini della propria vita, dopo aver usato i suoi mesi alla libreria Morisaki per riposarsi. La seconda parte, molto slegata dalla prima, ha come tema il matrimonio di zio Satoru e la storia di sua moglie Momoko, che purtroppo non accende l’attenzione quanto la vicenda di Takako. Lo scrittore tenta in parecchi modi di far incuriosire il lettore sul personaggio di Momoko, ma il lettore vagamente esperto di questo filone letterario sa già che la risposta è “Momoko ha avuto drammi personali, non ne ha parlato con nessuno ed è andata via” – cose lette e rilette nei romanzi giapponesi.

Tutti i personaggi, tranne l’ex fidanzato di Takako, sono saggi e simpatici e hanno qualcosa da insegnare alla protagonista. L’approccio al mondo dei libri è parimenti fatato, rispecchia l’idea di chi legge ben poco, ma ama più di ogni cosa l’idea astratta della lettura: qualunque libro preso in mano è coinvolgente, meraviglioso, ti cambia la vita.

I miei giorni alla libreria Morisaki non è qualificabile come esordio, perché un esordio ha in sé qualcosa dell’autore: i semi di ciò che sarà la sua produzione futura, in mezzo a tutta la goffaggine stilistica (e non solo) del primo romanzo di uno scrittore alle prime armi. Questo libro è, invece, un’operazione commerciale così attentamente calibrata per essere identica agli altri esemplari del filone, che non si distingue né in negativo né in positivo, e non permette di carpire nulla della persona che lo ha scritto.

Almeno è un buon modo per pubblicizzare Jinbocho.

Giulia Taccori