Il giardino di cemento, 1978, opera di esordio di Ian McEwan, edito Einaudi, può essere definito con un solo aggettivo: turpe.

Non capita tutti i giorni di poter usare questa parola, eppure non c’è altro modo per definire il mondo in cui ci si trova catapultati sin dalla prima pagina del romanzo.

Jack, Julie, Sue e Tom sono quattro fratelli, rispettivamente di quindici, diciassette, tredici e sei anni, che si ritrovano improvvisamente orfani. Ma il lettore non sta per addentrarsi in una fiaba sui poveri orfanelli, o una serie di avventure à la Lemony Snicket. La vicenda con cui avremo a che fare ricorda più da vicino Il Signore delle Mosche, con un’incursione di Buon Compleanno mr Grape, condita col tema onnipresente dell’incesto.

Il giardino di cemento: famiglia disfunzionale nel degrado

È chiaro fin da subito che, anche con entrambi i genitori in vita, la famiglia di Jack è disfunzionale. Un padre padrone con chiari squilibri mentali, una madre che lo asseconda in tutto e per tutto: la famiglia tira avanti in solitaria, nel panorama desertico di uno dei più squallidi sobborghi americani, senza amici né parenti a fare mai visita. Nella mancanza di scambio col mondo esterno, i tre ragazzi più grandicelli sperimentano fra loro le prime pulsioni sessuali, in giochi innocenti che di innocente hanno ben poco.

Il lettore vede la famiglia di Jack sprofondare lentamente, ma inesorabilmente, nel degrado più totale. Con la morte del padre, la madre non si alza più dal letto. Jack, Julie e Sue, di fatto, già si autogestiscono pur non essendo ancora orfani, tentando di badare anche al fratello più piccolo. Forse è per questo che, con la morte della madre, a loro viene del tutto naturale continuare così.

Nascondono il suo cadavere in cantina, all’interno di una cassa coperta da una colata di cemento, e tornano a guardare la loro vita che precipita con un distacco quasi filosofico. Julie prende in mano le redini della famiglia, distribuendo i soldi agli altri fratelli. Sue si chiude in camera a leggere e a scrivere su un quaderno. Jack rinuncia completamente a lavarsi e passa il tempo a masturbarsi e a ciondolare per casa. Tom reagisce alla situazione regredendo all’età mentale di un neonato, e ricercando nelle cure di Julie, che lo asseconda, il contatto perduto con la madre. Intanto, la grande casa diventa progressivamente un immondezzaio, sotto lo sguardo apatico degli occupanti.

Julie e Jack proseguono il loro rapporto equivoco che sfocerà definitivamente nell’incesto.

La prosa di McEwan è cruda, perfetta per descrivere appieno le sensazioni di disagio, isolamento, squallore che evoca l’ambientazione. Anche da prima che la casa si riempisse di immondizia e larve di mosca e puzza di cadavere, il lettore può percepire tutta la sensazione di soffocamento e di oppressione del quartiere in cui si erge la casa dei protagonisti, il giardino senza nemmeno un fiore, frutto del progetto paterno di nascondere tutto sotto una colata di cemento. Non ci sono vicini di casa nelle vicinanze, solo case abbandonate e in demolizione; una distesa di niente, e le luci del centro commerciale in lontananza.

Stilisticamente, si tratta di un’opera matura, in cui stile e contenuto si rispecchiano e si complimentano a vicenda. Non ci sono sprechi né manierismi, ma la prosa è lungi dall’essere scarna. La sporcizia di Jack, la sporcizia della casa, la sporcizia dell’intera narrazione sembrano imprimersi sulla pelle del lettore, che potrebbe avere voglia di farsi una doccia una volta chiuso il libro. La capacità di impressionare in questo modo tramite le parole è un talento che McEwan dimostra precocemente.

Sembra che le opere successive dell’autore siano crude, ma molto meno rispetto a questo romanzo. Le tematiche disturbanti de Il giardino di cemento potrebbero essere, in sé e per sé, il vezzo dell’autore alle prime armi, con il suo bisogno di stupire, impressionare, disgustare il pubblico. Missione riuscita.

Maria Giulia Taccori