Natale, una telefonata, una richiesta partita dalla sorella Viviana. Un rientro a casa che sa di oblio e dimenticanza, a ripercorrere i passi di una Vigilia rosa dal rancore e da un passato lasciato alle spalle. Il focolare è una bestia affamata, esordio di Angela Maria Perongini nella collana Tardigradi di Eris Edizioni, è la rappresentazione dell’incubo del Natale. Parenti insopportabili e giudicanti, domande inopportune, conti con il passato che chiedono di essere riscossi. In apparenza, niente di diverso da un normalissimo cenone, almeno finché la piccola Neve non scompare e nessuno – a parte Viviana e Lando – si ricorda della sua esistenza.

Il focolare è una bestia affamata: l’ossessione della famiglia borghese

Quel focolare spento, mai stato acceso, è in effetti una bestia affamata: di ricordi, di memorie, di passato, e del futuro che si è smorzato tempo prima. Una voragine pronta a risucchiare dentro di sé il perbenismo di una famiglia borghese, in cui l’apparenza della normalità è più importante del benessere dei suoi membri. Un padre fantasma si aggira per la casa allestendo il presepe – una volta, e ancora un’altra, e un’altra ancora… – e spostando mensole; una madre con la demenza o l’Alzheimer precoce confonde e forgia il mondo che la circonda con frammenti scomposti di memorie, un gruppo di zii fascisti impone la propria presenza e tira fuori il malessere di una famiglia poco tradizionale e due fratelli – Lando e Viviana – si arrabattano tra un rientro a casa non voluto e un abbandono del futuro, dei sogni e delle speranze in virtù di una routine agonizzante ma sicura.

Oltre l’elemento weird e horror che si disvela sul finale, Il focolare è una bestia affamata è prima di tutto una narrazione realistica di quando l’ambiente familiare (il focolare domestico) da luogo accogliente presso cui rifugiarsi trasmuta in una belva pronta a divorarti con pretese, aspettative, verità che raggiungono l’apice nel momento in cui diversi nuclei abituati a ignorarsi finiscono con il collidere in un ambiente ristretto.

Perongini riesce a trasfigurare in un testo tanto breve quanto dinamico, il terribile e dickensiano spettro del passato che ritorna a chiedere il suo tributo, il desiderio di ritorno a un’età felice – quella dell’infanzia – quando le cose andavano meglio ed erano più semplici o, più probabile, non si possiedono gli strumenti necessari per comprenderne la complessità. Il Natale diventa così il leitmotiv della vicenda, assieme alla necessità di finzione che comporta. Ed è lì, in questo nucleo così familiare, che la storia di Lando diviene la storia di noi tutti: compressi, sofferenti, speranzosi che quest’anno sarà diverso e consapevoli che, invece, non c’è mai fine al peggio.

Giulia Manzi