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Uno degli episodi che più mi ricordo della mia infanzia è legato al tempo. Non il tempo dello scorrere delle lancette, non quello atmosferico, non quello ridotto a semplice percezione o dimensione alternativa di una fisica incomprensibile ai più. Neanche, a dire il vero, alla dimensione temporale dell’eternità o di una commissione tra presente, passato e futuro. Bensì, il mio ricordo è legato al tempo in quanto “bene” da dedicare agli altri.

Avevo tre, forse quattro anni. Si avvicinava il mio compleanno e con mia madre ci stavamo recando in pasticceria a ordinare la torta. Lei, insegnante. Io, settembrina, nata proprio nella prima, complicata, settimana di apertura delle scuole. Lei, che vorticava tra impegni, consigli di classe, gestione di una bambina poco semplice. Io, che odiavo le torte in pasticceria e chiesi, poco prima di entrare, che fosse mia madre a prepararmi la torta per il mio compleanno.

Mia madre si affrettò a darmi la risposta tipica di un genitore impegnato: «Giulia, ma io non ho tem-» -po, avrebbe dovuto terminare. Ma la risposta le morì in gola, in un secondo troncato e mai più ripreso. Il tempo si fermò e quel minuto mutilato di riflessione da parte di mia madre, su come fosse possibile non trovare il tempo per preparare una torta alla figlia per il suo compleanno, mi valse torte fatte in casa per quello e per tutti gli anni a venire.

Lì, ho imparato il valore del tempo. Che non è quello che teniamo per noi, non è quello che cerchiamo, spinti da tanti Signori Grigi, di risparmiare in una corsa affannosa verso la vecchiaia, bensì quello che permane in una frazione di ricordo. Perché, se è vero che il suo scorrere è solo un susseguirsi di tanti fotogrammi di presente che ci costringiamo a riordinare, è altrettanto realistico che la permanenza del tempo sussiste nella memoria e che essa è in continuo divenire. E questo, Dante, ben lo sapeva.

Maestro del suo, di tempo, primo interprete di questo come abbiamo accennato – purtroppo limitatamente – nell’articolo di aprile, Dante Alighieri apre un discorso sul tempo che affonda le radici proprio sul concetto di permanenza e divenire.

Il tempo della Commedia

Prima di affrontare il tema in senso più ampio, è necessario collocare l’opera dantesca nella sua dimensione storico-temporale: essa racconta la contemporaneità del suo autore. La filosofia, la storia, i modi di vivere, le conoscenze delle Arti e, con queste, anche il sistema di misurazione del tempo. Dante, difatti, non manca di fornire coordinate del suo viaggio nell’Aldilà, permettendo di comprendere il periodo esatto (datazione e scansione delle ore) in cui si svolge il racconto.

Il viaggio ultraterreno di Dante copre un arco temporale di sette giorni. La numerologia, aspetto importante nella Divina Commedia e nella società medievale, si rivela anche in questa scelta di scansione del tempo della storia: sette sono i giorni di viaggio, sette i giorni della Creazione, compreso il giorno di riposo. Oltretutto, in un ulteriore, sottile, riferimento biblico, come Dio divise “le tenebre dalla luce”, Dante distingue l’Inferno – oscuro, impenetrabile alla luce – attraverso una precisa scansione temporale basata sul ciclo lunare invece che solare, così da evidenziare come nell’aere perso non possa sopraggiungere la luce divina.

La scansione temporale attraverso il sole non viene, infatti, mai nominata, preferendo formule come il tramonto della luna per definire l’aurora, al posto del sorgere del sole. Gli unici riferimenti al sole avvengono nella nel primo Canto dell’Inferno, che funge da proemio alla Commedia e che, di conseguenza, esula da alcune scelte successive del poeta per le varie cantiche (Temp’era dal principio del mattino,/e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle/ ch’eran con lui quando l’amor divino /  mosse di prima quelle cose belle, Inf. I, vv. 37-40) e nell’ultimo, così da preannunciare il superamento delle difficoltà, il ricongiungimento con la luce divina e l’essere già entrati nell’emisfero – e quindi nella sfera d’influenza – del Purgatorio («Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: /la via è lunga e ’l cammino è malvagio, /e già il sole a mezza terza riede», Inf. XXXIV, vv. 94-96).

I versi 37-40 e i successivi 41-43 (sì ch’a bene sperar m’era cagione/di quella fier’ala gaietta pelle/l’ora del tempo e la dolce stagione) accentuano il parallelismo già citato con la Creazione. Difatti, secondo una tradizione accolta da Dante, Dio avrebbe impresso il movimento ai corpi celesti nel momento in cui il sole si trovava in Ariete durante l’equinozio di primavera (il 21 marzo). L’ora del tempo e la dolce stagione sono così le stesse del momento della Creazione e quella flebile luce solare consente al poeta di ritrovare il coraggio.

In questo contesto, i sette giorni di viaggio acquisiscono un ulteriore significato: il cammino spirituale di Dante, è un parallelismo nel “ricreare” lo spirito dell’uomo smarrito nel peccato (la selva oscura) e riforgiato attraverso e in Dio.

Un’ulteriore attenzione è quella da dedicare al fatto che il viaggio ultraterreno di Dante avviene in corrispondenza della Settimana Santa del 1300, segno questo di un’ulteriore intento di attribuire valore di redenzione al percorso tra i tre mondi.

Possiamo trovare i riferimenti all’anno di svolgimento sin dal primo verso: Nel mezzo del cammin di nostra vita (Inf. I, vv. 1) indica la metà dell’aspettativa di vita del tempo, circa i 35 anni del poeta. Sommando l’anno di nascita a questo dato, si giunge a tale data. Tuttavia, altri versetti significativi non mancano nel percorso. Nella quinta bolgia, dove scontano la loro pena i barattieri, il diavolo Malacoda racconta che il ponte sulla sesta bolgia è crollato a causa del terremoto che scosse la Terra il giorno della morte di Cristo (che dante pone nel trentaquattresimo anno di età verso mezzogiorno), avvenuta ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta,/mille dugento con sessanta sei (Inf. XXI, vv. 112-113) anni prima.

Anche Ciacco, nel Canto VI, il Canto politico dell’Inferno, sotto l’egida di Cerbero tra i golosi, fornisce importanti indicazioni temporali: Poi appresso convien che questa caggia/infra tre soli, e che l’altra sormonti/con la forza di tal che testé piaggia (Inf. VI, vv. 67-69). Il dannato si riferisce alla caduta dei Guelfi Bianchi nel 1303. Similmente, Farinata Degli Uberti predice a Dante il suo esilio, oltretutto con un riferimento al ciclo lunare (la donna che qui regge): Ma non cinquanta volte fia raccesa/la faccia de la donna che qui regge,/che tu saprai quanto quell’arte pesa (Inf. X, vv. 79-81).

A differenza dell’anno, che viene appunto chiarito più di frequente nella Commedia, il giorno è di più vaga definizione. Sempre dal Canto XXI, Malacoda fa comprendere come il pellegrinaggio di Dante cominci nell’anniversario della morte di Cristo, ma gli studiosi sono divisi tra due date:

  • il 25 marzo (diventato nel 2019 il DanteDì, in mancanza della data di nascita del poeta), che la tradizione medievale vedeva come la data dell’incarnazione, della passione e della morte di Cristo. Data che coinciderebbe anche col Capodanno del calendario di Firenze, dove gli anni si iniziavano a contare ab incarnatione e non a nativitate.
  • l’8 aprile, il Venerdì Santo del 1300, per cui Dante scenderebbe all’Inferno nella sera del Venerdì e 24 ore dopo, in corrispondenza della mattina della Domenica di Pasqua, giungerebbe sulla spiaggia del Purgatorio, simbolo ulteriore del valore di redenzione attribuito dal poeta alla propria opera.

Un’aggiuntiva ipotesi è stata proposta da Amerindo Camilli, in un saggio pubblicato nella rivista Studi Danteschi. Camilli affermò che Dante avrebbe sovrapposto i dati astronomici del 1301 al 1300; un artificio letterario che gli consentì di ottenere un 25 marzo con plenilunio che fosse anche Venerdì Santo. La luna piena, difatti, acquisisce un ulteriore valore simbolico: essendo la luce lunare a illuminare il colle visto dal poeta all’uscita dalla selva, in quanto luce riflessa del sole e quindi di Dio, essa andrebbe interpretata come allegoria della Grazia Divina che offre al poeta il Suo aiuto anche nel momento di maggior pericolo.

Una dialettica in divenire: il tempo dell’uomo e il tempo di Dio

Risolte le questioni di datazione dantesca, è possibile rilevare all’interno dell’intera Commedia un’attenzione quasi maniacale al tempo e al suo scorrere. Potremmo citare infiniti esempi di coordinate fornite da Dante per la scansione delle ore e trovare milioni di significati per ogni sua singola scelta, perché nella Divina Commedia nulla è lasciato al caso. Tuttavia, ritengo più importante concentrarsi sull’importanza dei principi umani evocati nell’introduzione all’articolo: la permanenza e il divenire.

Se Dante fu l’ultimo uomo del Medioevo e il suo più grande interprete, si scorge in lui una capacità antropologica che, nel chiudere il suo tempo, apre le porte al successivo Umanesimo. Esplorò, infatti, con rigore teologico, l’agire umano come pochi autori in precedenza (e successivamente).

All’interno della Commedia, ma anche nella sua produzione esterna, si evidenzia come l’esperienza umana è vissuta all’interno dell’angoscia del fluire del tempo, in un costante divenire, e nella tensione della permanenza di esso. La prima, è esplicitata nella consapevolezza della mortalità: il tempo è elemento costituente dell’uomo, che in esso diviene, muta, matura, invecchia e infine giunge al suo termine. L’uomo – creatura e materia – vive assoggettato al fluire della temporalità. L’anima, invece, suo attributo divino, è eterna e cristallizzata al di fuori di esso. È l’anima che sopravvive al tempo mortale e s’incastona nel tempo divino, quello dell’eternità. Tempo in cui Dante fa sopravvivere Beatrice, sublimata ed eletta a faro della coscienza, a guida dell’anima.

A questo modo, Dante realizza una vera e propria dialettica del tempo: un costante raffronto tra l’eternità dell’Inferno e del Paradiso (immutabili, statici, e compiuti) e la temporalità del Purgatorio (attesa, percorso ancora in essere), vera e propria rappresentazione del tempo umano.

Nel Purgatorio, difatti, si esprime al meglio la dimensione temporale dell’uomo: la conoscenza di ciò che è accaduto (il Passato) e l’attesa di ciò che ancora deve accadere (il Futuro). Il Purgatorio è il tempo dell’uomo, in quanto il Presente – che è costante e immutabile, quindi divino – è realmente tale: sospeso tra il Passato e il Futuro, si concretizza l’ansia dell’accadere. È il tempo della vita traslato nell’Oltre. E in quest’interpretazione, è possibile scorgere tutta la grandezza di Dante, che ha saputo rendere immortale non solo la sua opera, non solo sé stesso, ma l’uomo, l’Umanità tutta. Dentro e al di fuori del tempo.

Giulia Manzi