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È il 2007. La trentaquattrenne Minato Kanae, della prefettura di Hiroshima, riceve il premio Shosetsu Suiri New Writers per il suo racconto autoconclusivo a tema mystery: La Sacerdotessa, la storia di un delitto fra i banchi di una scuola media.

La Sacerdotessa

L’anno scolastico è finito, e gli studenti vociano serenamente. Di lì a qualche settimana ci sarà la fioritura dei ciliegi. L’atmosfera cambia drasticamente quando la professoressa Moriguchi prende parola, e trattiene i suoi studenti per fare loro un lungo discorso. Il racconto, infatti, si presenta come il monologo della protagonista.

La professoressa Moriguchi, una madre single, ha da poco perso sua figlia. La piccola Manami è morta proprio in quella scuola; mentre aspettava che la madre finisse di lavorare, è caduta dentro la piscina ed è annegata.

Un tragico incidente, è la conclusione di tutti, ma non della professoressa.

Nel suo discorso la donna parla di sé, della sua vita, dell’uomo che ama ma che non ha potuto sposare. Il padre di Manami è affetto da HIV, e questo avrebbe potuto danneggiare il futuro della loro figlia, che per fortuna non è nata sieropositiva. La professoressa parla anche della sua visione della società, dei suoi valori, di come vede la gioventù corrompersi dietro esempi sbagliati: giovani affamati di visibilità che non esitano a compiere atti disumani pur di apparire in televisione, e per emulare i serial killer che fanno tanto scalpore nei media.

Questo lungo preambolo serve a contestualizzare la grande rivelazione della professoressa Moriguchi: la morte della sua bambina non è stata un incidente. È stata uccisa, e per giunta da due studenti della sua classe, uno dei quali guidato proprio da quella fame di notorietà che affligge la gioventù giapponese odierna.

La professoressa conclude annunciando che lascerà l’insegnamento e sposerà l’uomo che ama, dato che ormai Manami non esiste più. Ma i due assassini non rimarranno impuniti: ha infatti inoculato nel loro cibo il sangue infetto del suo compagno; in questo modo, anche se forse non si ammaleranno, sperimenteranno per lunghi mesi la paura e l’orrore.

Confessione

Su questo racconto l’autrice ha steso le basi per il suo primo romanzo: Confessione (告白 Kokuhaku). Il romanzo, uscito nel 2008, già nel 2009 ha vinto il premio Hon’ya Taishō (Premio delle Librerie). In Italia il libro è edito nel 2011 da Giano e tradotto da Gianluca Coci.

In Confessione, La Sacerdotessa figura come primo capitolo. Il romanzo si presenta quindi come una sorta di “seguito” del racconto che ha fatto tanto successo.

In queste pagine, visibilmente meno elaborate, si perde il punto di vista della professoressa Moriguchi in favore di una moltitudine di personaggi.

Minato Kanae non abbandona l’originale trovata di creare una cornice narrativa per ogni racconto-capitolo. Stavolta non abbiamo un lungo monologo orale, ma abbiamo espedienti narrativi come lettere e pagine di diario.

Il capitolo immediatamente successivo a La Sacerdotessa ha come protagonista (e voce narrante) Miyuki, la rappresentante di classe. Ciò che leggiamo di suo pugno è una lettera spedita a una rivista, nella speranza che la professoressa Moriguchi possa leggerla, dato che ha fatto perdere le sue tracce.

Miyuki vuole tenere informata la professoressa delle conseguenze del suo atto. Per quanto, nel suo discorso, la Moriguchi abbia nascosto i nomi dei ragazzi, l’identità di questi in realtà è stata chiara a tutti: appena iniziato l’anno scolastico, gli studenti hanno cominciato a bulleggiare uno dei colpevoli, Shuuya (quello che ha ucciso Manami per diventare famoso). L’altro colpevole, Nao, ha smesso di venire a scuola.

Miyuki, essendosi rifiutata di partecipare alle sevizie ai danni di Shuuya, cade a sua volta vittima del bullismo: questo fa sì che i due si avvicinino sentimentalmente. Shuuya a quanto pare non è un ragazzo cattivo, e la storia ha altre sfaccettature. Inoltre, Miyuki ha scoperto che non è vero che la Moriguchi ha infettato i due studenti, ma ha solo annunciato di averlo fatto, come tortura psicologica. E Miyuki è decisissima ad avvelenare il nuovo professore che ha preso il posto della Moriguchi, perché non sopporta la sua positività e la sua bonarietà…

Se vi sembra un elenco sconclusionato di avvenimenti, l’effetto è voluto.

Confessione: un doppio esordio con qualche riserva

Purtroppo, Confessione risente molto del suo esordio come racconto, e fatica a tenersi insieme come un romanzo organico, figuriamoci come thriller.

L’obbiettivo di Confessione dovrebbe essere dare tanti punti di vista diversi su una faccenda. Potrebbe ricordare Rashomon di Akira Kurosawa, un thriller psicologico del 1950 in cui tanti personaggi diversi danno versioni contrastanti riguardo un omicidio. Questa tecnica è stata chiamata appunto Rashomon Effect e gioca su come la percezione della verità sia spesso soggettiva.

Ma in Confessione c’è una verità, solo che viene portata alla luce in malo modo, mettendo a conoscenza il lettore di dettagli sempre nuovi, che egli non avrebbe potuto immaginare o dedurre nei capitoli precedenti.

I capitoli successivi a La Sacerdotessa (che essendo stato un racconto a sé stante, non manca di integrità e spicca nel romanzo a discapito del resto) sono una sfilza di colpi di scena che si susseguono l’uno dietro l’altro.

A volte sono immagini fittizie della voce narrante: per esempio, Miyuki che si illude che Shuuya sia un bravo ragazzo. A volte sono plot twist che si reggono su una lacuna, come il ruolo che ha giocato Nao nella faccenda: il suo omicidio è stato del tutto intenzionale, ma la professoressa Moriguchi non poteva sapere cosa gli passasse per la testa e pensava che Shuuya fosse “la mente” dietro ogni cosa. Altre volte, purtroppo, sono trovate estremamente ingenue buttate lì tanto per emozionare il lettore. Come la responsabile rappresentante di classe che di colpo si mette a blaterare di come avvelenerà un professore, per seguire le orme di una famosa killer chiamata Lunacy.

I personaggi, costretti a performare di continuo per inanellare i plot twist, appaiono incoerenti e privi di spontaneità. Il finale, poi, è da ridere e ricorda una gag di Wile E. Coyote: è volto a far trionfare a tutti i costi la professoressa Moriguchi, che però ormai sembra inverosimilmente onnisciente e perde del tutto l’appoggio e l’empatia del lettore.

Forse si salva solo Nao: i suoi atti incoerenti trovano ragione nella sua complessità da ragazzino disturbato, quale è stato dall’inizio sino alla fine della vicenda.

I serial killer, e la copertura mediatica di cui godono, sono una tematica ricorrente. Da una parte abbiamo uno degli assassini, Shuuya, che vuole diventare famoso per attirare l’attenzione di sua madre che lo ha abbandonato. Dall’altra abbiamo la già citata Miyuki che, da studentessa modello, decide di diventare un’avvelenatrice: quest’ultimo caso fa riferimento al monologo della professoressa Moriguchi, appartenente al capitolo precedente.

La professoressa ha infatti parlato di due serial killer minorenni che sono stati portati alla ribalta dai media, generando interesse morboso nel pubblico più giovane, e un impulso all’emulazione. Il primo è un fatto reale, richiamato alla mente del lettore come “il killer di K.”: chiunque si interessi di efferati delitti avrebbe potuto riconoscere il riferimento al giovanissimo killer di Kobe, Sakakibara Seito, lo “school killer” colpevole di aver ucciso e ferito parecchi bambini.

Il secondo è chiamato Caso Lunacy, e probabilmente è nato dalla fantasia di Kanae Minato. Prende forse ispirazione dal caso di una sedicenne della prefettura di Shizuoka, che ha lentamente avvelenato sua madre e ha segnato i “progressi” del suo omicidio nel suo blog su internet. L’obbiettivo era, manco a dirlo, copiare le gesta di Graham Young, il “Teacup Poisoner” inglese.

La critica sociale non manca, ma sarebbe sbagliato dire che è eccessiva o fastidiosa. Il lettore è troppo concentrato su altro, e non sente di stare ricevendo una morale saccente. Anzi, è una buona occasione per imparare qualcosa sul disagio giovanile dei giapponesi.

Il difetto più grosso di Confessione è che non “regge” come thriller.

Un buon thriller è organico, e sparge per tutta la trama dei piccoli indizi che possono aiutare il lettore a risolvere il mistero, o che comunque tornano utili in seguito per fare chiarezza sul delitto. Tutti i fili vengono svolti dalla matassa; ma in questo caso, gli unici fili sono quelli con cui Kanae Minato muove i personaggi, più simili a marionette che a persone reali.

È un vero peccato, perché il racconto autoconclusivo iniziale è avvincente, tiene col fiato sospeso fino all’ultimo.

Dal punto di vista stilistico, Confessione è ben scritto: fluisce che è un piacere, ed è anche interessante passare da uno stile all’altro man mano che si avvicendano i personaggi. Anche l’idea è buona, peccato solo per l’esecuzione.

Può essere una lettura interessante per chi vuole solo leggere una storia morbosa.

M. G. Taccori