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Un mondo di mercenari, spie, trafficanti e fuggiaschi. Come siamo diventati Nordcoreani è il potente esordio di Krys Lee per codice edizioni, in cui l’autrice descrive una realtà contemporanea distante dal nostro universo occidentale e, per questo, incredibilmente vicina.

Yongju, rampollo di una famiglia importante di Pyangyang che si trova a oltrepassare in fretta e in furia il confine per la Cina. Jangmi, giovane nordcoreana poverissima e in fuga per salvare l’esistenza propria e del bambino che porta in grembo. Danny, teenager di origini cinesi e coreane cresciuto in America e coinvolto, per uno strano caso del destino, nelle vite dei fuggiaschi. Questi, i protagonisti di un racconto corale le cui vite si intrecceranno in una realtà di miseria e dolore, da cui neanche la fede può salvare, al confine tra la Cina e la Corea del Nord.

Come siamo diventati nordcoreani: la fuga

Il fil rouge di Come siamo diventati nordcoreani è senza alcun dubbio la fuga. Yongju fugge da una vita stravolta, persa nel giro di poche ore per il capriccio del Grande Capo della Corea del Nord. Jangmi scappa alla ricerca di un futuro, mentre Danny fugge, soprattutto, da se stesso e da una omosessualità non dichiarata.

La fuga, il distacco, diventa così protagonista di un libro che mostra la dura realtà dei cittadini nordcoreani, le cui vite stravolte sono propulsore di un desiderio di libertà che sperano di trovare in Cina e, infine, nella Corea del Sud, terra promessa di ricchezza e benessere ma, soprattutto, di serenità.

I loro tentativi, tuttavia, incespicano a più riprese nella cattiveria umana e nella volontà egoistica di chi, convinto di far del bene e del proprio senso di giustizia, approfitta delle loro difficoltà per soddisfare i propri desideri e bisogni. Di assoluzione, di ricchezza, di sentirsi “buoni” rifacendosi sulla pelle del più debole.

Così, Yongju, Jangmi e Danny si ritrovano a fuggire dalle proprie identità precedenti, a sacrificarle – per scelta o per necessità – sull’altare della sopravvivenza. Ciò che li definisce come individui non è più la realtà che li appartiene, ma solo l’essere classificati come “nordcoreani”. Una parola non più identificativa della nazionalità, bensì alienante e offensiva.

Il futuro, il passato e il presente

Le identità, in Come siamo diventati nordcoreani, si assimilano allo scorrere del tempo.

Tu vivi ancora nel passato, mentre io appartengo al futuro: è sempre stato così.

Dirà, a un tratto, Jangmi a Yongju. E in effettiva in tre protagonisti appartengono a momenti temporali diversi, pur sussistendo nello stesso istante. Yongju è ancorato alla sua vita precedente, al benessere sacrificato, a una famiglia amata e perduta. Il passato, in lui, ha lasciato segni non solo fisici, ma anche morali e psicologici. Il suo tentativo di integrarsi nella Corea del Sud lo spinge in continuazione verso il territorio natio, al di là del confine e di una vita ormai lontana e offuscata dal ricordo.

Jangmi è proiettata verso il futuro. Sempre. In corsa come solo una donna, il cui cammino è ancora più tragico e complesso di quello di un uomo, può essere. Venduta come moglie, costretta a tradire, a prostituirsi e infine a perdere quel bambino che era stato forza motrice del suo esilio dalla patria natia, Jangmi è disposta a tutto pur di conquistarsi uno spazio in cui essere libera e indipendente. Il futuro è lei, le appartiene e il passato resta sempre dietro le sue fragili spalle.

Differente, è invece Danny. Cino-coreano trapiantato in America e poi scappato di casa, il giovane teenager rinuncia consapevolmente alla propria condizione di privilegiato per cercare la propria dimensione, il proprio mondo. Sospeso in un costante presente, è la chiave risolutiva della vicenda, nonché dimostrazione tragica che solo attraverso le giuste conoscenze è possibile modificare la propria condizione.

Una realtà sfaccettata

Krys Lee mette il lettore davanti a una tragedia dei nostri tempi. E lo fa con discreta abilità, evidenziando come il potere e l’esercizio di questo possa condizionare la vita di chi non possiede altro che sé. Gli ultimi, i rifugiati, i fuggiaschi, vengono circoscritti da un’aura di assoluzione che permea tutto il libro.

Questo, purtroppo, crea una serie di personaggi che si discostano poco gli uni dagli altri. La scelta della prima persona narrante non aiuta, in quanto la voce risulta unica: quella della scrittrice. I più riusciti, infatti, non sono tanto i protagonisti quanto i comprimari: Know, Seongsik, Cheolmin, Bakjun… sono più reali di quanto non siano Danny, Jangmi e Yongju, i quali difettano di tridimensionalità.

Ciò nonostante, l’analisi dell’esercizio del potere, della realtà di fuggiaschi in epoca contemporanea, del razzismo intrinseco e del bisogno di sentirsi migliori degli altri, arriva dritta al lettore. La realtà dei profughi nordcoreani viene trasmessa, sviscerata e mostrata senza veli all’ovattato mondo occidentale, pronto a chiudere gli occhi davanti a una tragedia che si sta consumando proprio in questo momento.