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A Tale of a Doll – Luvin

Parlare di A Tale of a Doll – Luvin , di M.G. Taccori richiede una premessa, sul perché il primo capitolo di una trilogia è stato scelto come libro del mese, quando apparentemente è un’opera che potrebbe rientrare nelle recensioni degli esordi. Per cominciare, è un’autopubblicazione, su cui non è stata fatta alcuna revisione se non dall’autrice stessa, e che trovate tranquillamente su Amazon in ebook gratuito.

Eppure, nonostante l’astio che in editoria si può provare per dei lavori self non editati, A Tale of a Doll – Luvin spicca, come un diamante prezioso, nel marasma dei libri offerti da Kindle. E lo fa perché racconta una storia con grazia, un’ottima gestione delle scene che non ha nulla da invidiare agli scrittori “arrivati” e dei personaggi in grado di creare quella corrispondenza emotiva col lettore e portarti fino all’ultima pagina.

Finita la premessa, cominciamo.

A Tale of a Doll – Luvin: quando i bambini non giocano

Maya Pukel-Galante è una bambina costretta a giocare.
Il Principe del Regno, compiuti sette anni, fa visita a tutti i villaggi per scegliere un bambino da portarsi nella capitale, Eden. Maya non lo sa, ma è stata allevata per essere scelta; deve essere la perfetta compagna di giochi del Principe. Per lei il “gioco” è sempre stato un lavoro, e Maya non chiederebbe altro, dalla vita, se non di potersene stare per conto suo a sognare a occhi aperti. Le sue fantasticherie sono alquanto vivide, e il Suo Mondo immaginario diventa un po’ meno… irreale, quando comincia a trovarsi i piedi bagnati nella realtà dopo averli messi a bagno nel sogno. Per non parlare di quando, nel Suo Mondo, incontra una giovane strega apprendista di nome Gwen.
Nel Regno dove vive Maya le streghe vengono chiamate Innominabili, e sono state bandite da diverse generazioni! La magia ufficialmente non esiste, in questo mondo governato dalle fabbriche e dai cavalli meccanici.
O forse esiste eccome, in qualche forma perversa.

Già dalla trama, l’opera di M.G. Taccori offre uno spunto originale: il tema del gioco.

Mezzo d’intrattenimento dell’infanzia per eccellenza, all’interno del libro quasi riveste il ruolo di antagonista. Infatti, è l’atto di giocare che, invece di fungere da incentivo all’immaginazione, perverte il suo fine e si trasforma in ostacolo a essa.

Maya vuole rifugiarsi nel Suo Mondo, nella fantasia, ma si trova ancorata alla realtà del gioco materiale. Deve imparare a giocare e deve saperlo fare meglio di tutti gli altri, se vuole catturare le attenzioni del Principe. Il gioco diviene così mezzo di controllo, da parte della madre, e limitazione di un elemento – Maya – considerato “diverso”. Dall’espressione di sé, si tramuta in soffocamento dell’originalità e dell’individuo, almeno finché Maya non trova il suo gioco, le carte. Un gioco d’astuzia, di dissimulazione; un gioco adulto che viene presentato alla sua mente di bambina come livella delle ingiustizie sociali, rivolte soprattutto alle donne, elementi deboli di una società in mano al potere maschile che ha soffocato la loro magia intrinseca.

Così Maya, attraverso il gioco delle carte, riesce a esprimere la sua natura anomala, la sua intelligenza, la sua arguzia. A esse si affiancano le sue fantasticherie, sempre più reali, che la portano alla conoscenza di Gwen, un’Innominabile della sua età che vive nell’altro Mondo e che le apre la mente sui misteri del femminile e sulla magia.

Storie di donne e magia

In A Tale of a Doll – Luvin la magia è intrinsecamente donna. I riferimenti a una società matriarcale, col culto della Dea Madre, sono tanti e numerosi, ma affatto pretenziosi di fornire un’istruzione pedagogica o didascalica. Tutt’altro, l’autrice riesce a tessere non uno, ma ben due mondi unici, complessi, con le proprie regole e abitati da personaggi sensazionali in cui spiccano, senza alcun dubbio, quelli femminili.

A partire da Maya e Gwen, facce della stessa medaglia, fino alla madre e alla carismatica Rubanella, M.G. Taccori mostra volti di donne forti, audaci, deboli, prepotenti, avide, leziose, magiche, generose… personaggi che si mostrano in un susseguirsi di pregi e difetti meravigliosi, dipinti con sapienti accorgimenti di trama. Sempre reali, mai narrati; duali, mai univoci; comuni, ma non ovvi. La veridicità è palpabile attraverso un’ottima gestione delle scene, che tralasciano il superfluo per immergere il lettore in una narrazione coinvolgente e vivace, ricca di mistero e fascino.

Steampunk e fantasy a confronto

Un’altra particolarità, se non vi ho ancora convinti a prendere in mano questo libro, è l’eccezionalità del genere. A Tale of a Doll – Luvin non è un semplice fantasy, ma sposa con maestria una lunga serie di elementi horror e steampunk.

Animali meccanici a vapore, magia estetica e elementi weird si miscelano con enorme abilità, permettendo ai generi di fondersi in una miscela unica che lascia trasparire la bravura di una voce davvero promettente. Addensate tra le nubi di vapore, si scorgono le ombre dell’umanità, i loro segreti nascosti e i lati perversi, dai tratti lovecraftiani.

Ha dei difetti? Assolutamente. Lo stile è grezzo, a tratti zoppicante, ma efficace nella narrazione della storia. Si sente tutto il peso di un’opera prima, ma funziona. Coinvolge, cattura il lettore, fa appassionare e quando non ti rendi conto del tempo che passa durante la lettura… ecco, quello è il segnale che un libro sa far bene il suo lavoro.

Giulia Manzi